Malus I. La Vecchia Osteria 11.

« Che fai Desirée, lo riaccendi? » domandò spaventata Gaby.

« Certo, altrimenti come scopriamo chi è stato a farci questo scherzo di merda? »

« Aspettate, ascoltatemi un attimo », insistette ancora tremante Gaby « Non è il caso di prendere l’accaduto troppo alla leggera, non dimen­ticatevi che il computer era spento, non si è trattato di uno scherzo, là dentro c’ era davvero qualcosa e forse c’ è ancora ».

« Che cavolo vuoi che faccia altrimenti, devo fare esor­cizzare il com­puter? » le rispose scocciata Desirée, poi scotendo la testa aggiunse.

« Assurdo ».

« Dai! Ora va di nuovo », esclamò Sophie entusiasta.

« Voi state giocando col fuoco. Il computer era spento, non vi ba­sta?! »

« No! » le risposero in coro, intanto Desirée digitava nuovamente la strana pa­rola senza otte­nere alcuna reazione.

« Non succede più niente » notò quasi delusa So­phie, difatti, no­nostante i vari tentativi non apparve nulla sullo schermo, il computer assolveva alle sue usuali funzioni in modo ineccepibile. Desirée aprì e chiudesse velocemente una serie di file e finestre per controllare che fosse tutto a posto e lo era.

« No, non c’è più niente, non s’è mai visto un virus che va e viene. Se non altro, il cervellone sembra non avere subito danni. Forse è meglio che andiamo a mangiarci qualcosa e cerchiamo di capire cosa è successo » concluse Desirée spegnendo definitivamente il computer « Lasciamolo riposare un po’ ».

Scesero in soggiorno e si lasciarono cadere nelle poltrone fiaccate dallo spavento che stavano abilmente nascondendo a se stesse. Era preferibile discutere la questione davanti ad una ciocco­lata calda e qualche fetta di torta sfidando con indomito coraggio calorie, diete e demoni vari.

Malus I. La Vecchia Osteria, 5.

« Questo programma l’ho fatto io, cioè l’ho modificato. Comunque non è questo il pro­blema, quello che mi fa arrabbiare è che i dati elaborati corrispondono solo in parte a quello che vorrei, cosa che non riesco a capire e quando io non riesco a capire una cosa… m’innervosisco ».

« Non ti sprecare a spiegarmela. Non ho mai capito niente di fisica, gli unici calcoli che mi riescono so­no quelli connessi al denaro, in particolar modo quello che mi entra in tasca. Ti ho detto che sono riuscita ad acca­lappiare Jean-Claude? ».

Desirée intanto si era alzata e sporgendosi sopra la scri­vania guardava dall’ampia finestra.

« Bello! Stanno arrivando Gaby e Falstaff! », poi voltandosi verso Sophie, s’informò incuriosita.

« Come hai fatto a strappare il bamboccio a quell’oca d’Ester ».

« Io sono una persona sportiva, tutto qui. Lei invece non è altro che un’oca possessiva, il ché significa che con una rivale del genere non mi sono divertita più di tanto. Sai alle volte ho pensato che sarebbe eccitante una gara tra noi due ». Desirée sorrise divertita immaginandosi la gara.

« Credi che esista un uomo che valga un’amicizia? Finiremmo col litigare, perché a nessuna di noi due piace perdere, inoltre non mi viene in mente nessuno che potremmo giocarci ».

« Già il tuo ultimo passatempo è stato silurato come dici tu. Tesoro dovresti avere più pazienza: bisogna curare una relazione, o almeno fare finta di farlo. Certo che oggi giorno pubblicano degli straccetti importabili, poi tutte queste stronzette anoressiche che si credono belle! Inguardabili, la morte che veste l’ultima moda, alle volte ci si meraviglia che abbiano ancora gli occhi nelle orbite.» A Desirée non sembrò avere dato fastidio l’ironica allusione dell’amica, per cui rispose allegramente.

« Ma per favore, era uno scassapalle senza eguali, adesso fa anche la vittima, dice che gli ho spezzato il cuore, mollusco! ». Sophie scoppiò in una risata argentina e chiuse finalmente la rivista, che in qualche modo non l’aveva soddisfatta.

« Come? Non l’hai aiutato a ritrovare la gioia di vivere e a superare le sue paure e problemi con la tua comprensione e la tua abnegazione? Grazie al vostro amore avreste potuto superare tutte le vicissitudini e ostacoli di questo cattivo e crudele mondo. Non sei andata dove ti porta il cuore! Angelo del focolare che fai non svolazzi? Sarebbe stato così semplice: bastava chiudere intelligenza e dignità in un cassetto e passare il resto dei giorni ad applaudire ogni scemenza che dice l’ebete, com’è che non l’hai fatto? E portandosi al cuore la rivista che teneva ancora in mano mimò i modi delle ragazzine «

Malus I. La Vecchia Osteria, 4.

« Ciao Desirée. Guarda: ho il calendario completo degli avvenimenti culturali dell’estate! » proruppe Sophie, l’altra si alzò con un radioso sorriso e l’abbracciò, dicendo subito dopo.

« Ciao Sophie, ti spiace se finisco un attimo? »

« No, figurati! Io intanto inserisco i miei impegni sociali, così sapete fin dall’inizio la mia disponibilità ».

« Si vede che stiamo invecchiando, diventa sempre più difficile fare coincidere il nostro tempo libero, siamo donne impegnate ormai », ironizzò l’amica, ma non scalfì lo snobismo di Sophie.

« Ma quale vecchiaia, io sono sempre stata socialmente impegnatissima fin da bambina ». L’altra le lanciò un’occhiata di sincera commiserazione ripensando alle scorribande giovanili e alla totale libertà di cui aveva goduto da bambina, era stata un maschiaccio e in qualche modo si vedeva ancora, per questo precisò con un certo orgoglio.

« Io invece sono sempre riuscita a scansare gl’impegni, l’unica cosa che non sono riuscita ad evitare è stata la scuola, impari presto che non si può avere tutto nella vita ».

« Tesoro, ma che hai fatto ai capelli? » Constatò in quel momento Sophie osservandola meglio.

« Niente, un esperimento venuto un po’ male », minimizzò l’altra, Sophie preferì non approfondire di che genere di esperimento si fosse trattato e tornò al futile.

« Ti piace questo smalto? È in tinta con l’abito, esattamente due tonalità più chiare, un capolavoro». Desi­rée diede un’occhiata di sfuggita allo smalto sorridendo in segno d’assenso e a bassa voce continuando a fare scorrere le dita sulla tastiera si complimentò.

« Bel colore, mi piace. Gli smaltini blu mi sono finiti, devo ricomprarli. Quest’anno ci sono delle tonalità violacee straordinarie », intanto con aria leggermente indispettita guardava il monitor.

Sophie, distratta da una rivista d’alta moda, si sdraiò comodamente sul letto di Desirée.

« Qualcosa non va? Ti ho fatto sbagliare? ».

« No, no, tu non c’entri. È tutta la mattina che si comporta in modo un po’ sospetto ».

« Se continui a crackare programmi ovunque, prima o poi ti ritrovi con un bel virus tipo aids o una bella denuncia, a seconda della sfiga. Quelli della Finanza però in genere sono carini, almeno ci sarebbe un lato positivo nella cosa », rifletté un attimo, forse era più probabile che la finanza un giorno si sarebbe presentata da lei, scosse la testa, meglio la moda del fisco.

Malus, I. La Vecchia Osteria, 2.

Davanti ad un grande schermo a cristalli liquidi, sedeva una ragazza dalla folta chioma scura disordinatamente raccolta sulla nuca da un vecchio mollettone a forma di farfalla con tanti sbrilucichini colorati, che si affrettò a fare sparire per evitare imbarazzanti commenti da parte dell’amica sofisticata. La sua bellezza acqua e sapone non era prorompente, i lineamenti erano delicati e regolari, si sarebbe detto un volto comune, se non fosse stato per gli straordinari occhi grigio-blu dalla luce intensa sui quali le lunghe ciglia gettavano un’intrigante ombra. Nel complesso aveva un aspetto normale un po’ trasandato: alta, vestiva con semplicità, vecchi jeans e un maglioncino slabbrato viola.

 Le due ragazze erano amiche da tempo, si erano conosciute alla scuola di danza, dove erano state mandate Desirée per ingentilire i modi da maschiaccio e Sophie per semplice convenzione sociale, una aveva scelto danza classica, l’altra moderna. Sophie però ben presto si era resa conto che il detto “Il tempo è denaro” non è solo un modo di dire, ma la pura realtà, e la danza le sembrò oltre che una perdita di tempo anche di denaro, così ancora prima di raggiungere la maggiore età concentrò i suoi interessi sull’azienda di famiglia: la banca, promettendosi di diventare uno dei più giovani e promettenti banchieri che la sua famiglia avesse sfornato negl’ultimi tre secoli di attività, lasciando la danza era subito aumentata di qualche chilo, ma era cresciuto in modo esponenziale anche il suo conto in banca.

In modo simile aveva smesso anche Desirée, probabilmente influenzata dall’amica. Il distacco era stato più graduale, ma simile, era cominciato con l’esclusione dal saggio perché troppo alta, per consolarla il nonno l’aveva portata con sé in mare, risvegliando così tutt’altri interessi, finché un giorno si era accorta che c’erano cose che l’affascinavano di più come la fisica e l’ingegneria navale, e così accadde che l’armonia dell’universo prendesse il posto degli accordi musicali e gli scritti di Einstein sostituissero Tchaikowsky e le eteree nuvole di tulle che l’avevano accompagnata fino ad allora

Del comune sogno della danza non era rimasta che una grande foto in bianco e nero in cui Desirée non sembrava nemmeno lei, e non a caso era stata la madre ad appenderla. A Sophie quella foto piaceva molto, perché le ricordava una frase detta dall’ amica in un momento di malumore: “ Come ragazza ti affacci al mondo in punta di piedi con abiti candidi, poi però ti accorgi che devi comprarti gli scarponi chiodati e prendere il mondo a calci in culo se vuoi sopravvivere”, condivideva a pieno quell’impostazione, anche se agli scarponi preferiva uno stuolo di avvocati strapagato: fanno più danno. Probabilmente entrambe non erano riuscite a perdonare al mondo di averle fatte smettere di danzare.

Malus I. La vecchia osteria 1.

 

“ A noi non è lecito commettere lo stesso errore degli uomini: non possiamo interferire con la Natura, per questo è necessario mandare avanti Penumbra, affinché liberi gli uomini dalla loro stessa follia. Interverremo solo in caso estremo” guardò i cinque prescelti che aveva dinanzi: Adranos l’indomabile per il quale batteva il suo vecchio cuore; Moros il possente dal corpo verde scuro, che da solo poteva sostituire un esercito di draghi; Nyx silenziosa e nera come un serpente, nell’impresa avrebbe portato le inseparabili e letali figlie, Lachesis, Atropos e Klotho; Enyo nervosa e famelica, che a stento riusciva a tenere fermo il guizzante corpo bronzeo dai mille riflessi metallici emessi dalle armi in battaglia ed infine Erebos anch’egli scuro, ma incorporeo, come l’oltretomba da cui proveniva, era difficile capire dove avesse inizio o termine.

Tages chiuse gli occhi e con un sottile alito di fuoco li congedò.

 

 

La Vecchia Osteria.

 

Nel frattempo in un misterioso mondo molto lontano dal nostro, in un luogo chiamato Normandia, era una bellissima giornata primaverile inondata di Sole e traboccante di fiori dai colori più svariati.

Una scattante decappottabile rosso fuoco risaliva spedita la stradina che si snodava serpeggiando lungo il fianco della collina cosparsa di graziosi villini bifamiliari.

La vettura si fermò in fondo alla strada senza uscita davanti ad un pittoresco edificio, che sembrava sopportare con stoica rassegnazione il peso dei secoli. Abeti altrettanto vecchi lo sovrastavano proteggendolo dal vento freddo proveniente dal vicino mare che si apriva immenso oltre il dorso della collina.

 

Malus I. Il messaggio 5.

I Corni dei Demoni, posti oltre il mare all’estremo nord, si chiamano così perché sono dei massicci rocciosi molto alti e scoscesi di materiale friabile, sembrano due corni, sono irraggiungibili per gli uomini e da sempre gradito rifugio dei draghi. Da diversi giorni i draghi ripetevano quella strana danza volando intorno alla seconda cima, giungevano da ovunque, pur essendo esseri di notevoli dimensioni visti da lontano ed in rapporto all´altezza della montagna potevano davvero sembrare stromi d’uccelli. 

Tra gli ultimi giunse un giovane e drago dalla pelle scura e le scaglie lucenti, le ali ricoperte da pelle forte ma sottile, quasi trasparente. Pochi battiti furono sufficienti perché la possente apertura alare lo facesse librare tra le correnti. Sorvolò la cima più in alto degli altri, dopo di ché discese con una dolce planata a spirale verso l’apertura della caverna posta in prossimità della vetta. Con gli artigli posteriori si aggrappò ai bordi del precipizio e cautamente sbirciò all’interno poco illuminato. L’antro era pieno di fumo in lieve e costante movimento per via del fiato dei draghi. Le pareti erano lucide ed il suolo ricoperto d’oro che scintillava ad ogni respiro infuocato.

“ Amico che ascolti, Adranos, ti ho chiamato, vieni ti stiamo aspettando” lo chiamò una voce stanca e rauca all’interno. Timoroso Adranos entrò, fece alcuni passi, con un elegante movimento del lungo collo in segno di riverenza, posò la testa al suolo.

Dinanzi, adagiato su un gigantesco cumulo d’oro come materasso, giaceva Tages il più anziano dei draghi, ormai incapace di muoversi. Il corpo deformato dalla vita e dalle malattie, era di colore grigio chiaro con chiazze verdognole, le scaglie d’osso che l’avevano coperto sembravano impietrite, gli artigli spezzati dalla vecchiaia, non aveva nemmeno la forza di aprire gli occhi. Adranos col corpo prostrato alzò e riabbassò più volte il capo, come in una danza di corteggiamento tra cigni; accanto aveva altri quattro draghi che fecero altrettanto, per poi ritirarsi in riverente silenzio nell’attesa che il vecchio parlasse.

Malus I. Il messaggio, 2.

Il vecchio vate era un po’ pensieroso, nei giorni scorsi sul prato erano più volte comparse delle misteriose rose bianche, appena aveva cercato di toccarle, si erano dolcemente chiuse ed erano scomparse, il ché costituiva un evento anomalo che lo aveva incuriosito.

Stava ancora rimuginando sul fenomeno, quando inaspettatamente vide l’intera collina ricoprirsi nuovamente di rose, ma questa volta erano rosse come il sangue. Gilduin sorpreso, emise un lungo sbuffo di fumo, non era mai accaduto che un unico genere di fiori coprisse l’intera collina, per giunta di quel colore… Prese a soffiare un vento caldo, era fastidioso gli seccava la gola, mise via la pipa e si alzò, non gli piaceva: il vento si era levato improvviso insieme alle rose.

Preoccupato, Gilduin passò tra le rose per raggiungere la quercia Ovest, che nel tronco cavo celava una piccola fonte d’acqua incantata. I ramoscelli spinosi s’impigliavano nelle vesti, come se lunghe mani artigliate tentassero di trattenerlo, strappando via i vestiti dai rovi, Gilduin sempre più nervoso si fece largo tra gli arbusti e quando ebbe finalmente raggiunto la quercia entrando nel tronco cavo, al riparo dal vento caldo, vide con sgomento che la sorgente era rossa di sangue, ebbe un brivido. Immobile davanti a quello scempio cercò di ricordare se avesse sentito narrare di qualcosa del genere verificatasi in passato, ma non gli venne in mente niente. Di fronte a sé, in quello che era stato il suo posto preferito, c’era solo una pozza rossa, si chinò e annusò il liquido pastoso, era realmente sangue.

 

Cosa poteva avere cambiato l’acqua pura in sangue? Percosse con forza il suolo col suo bastone da druido, pronunciando un contro incantesimo, ma non cambiò niente, se avesse usato un comune manico di scopa sarebbe stata la stessa cosa; aveva la sgradevole sensazione che la sua magia nei confronti di quel fenomeno non sortisse alcun effetto, fosse semplicemente impotente. Con che cosa aveva a che fare? Quella domanda lo inquietava più dello stesso sangue.

Malus I. Il messaggio 1.

Fu proprio il vecchio Gilduin, il primo a comprendere che stava per accadere qualcosa di grave. All’epoca era il custode del santuario delle Quattro Querce il sacro cuore pulsante del nostro mondo.
Il tempio delle Quattro Querce non fu eretto da mano umana, almeno è ciò che ci piace credere. Fu un prodigio della natura stessa che fece nascere queste imponenti quattro querce ai bordi della collina in corrispondenza con i punti cardinali, creando in tal modo un luogo sacro di rara bellezza. L’Antico Popolo che abitava queste terre prima di noi veniva qua per adorare le quattro querce come divinità, le figle di Yggdrasill che regge i nove mondi, asse del nostro universo, non escludono però che questo luogo possa essere ancora più antico, alcuni dicono risalga al tempo dei costruttori dei cerchi di pietre, altri ancora agli stessi Wanen. Le querce sacre ormai sono le uniche custodi della verità.
In questo santuario è come se tutti gli esseri vegetali avessero un’anima che reagisce agli avvenimenti del mondo degli uomini, cambiando di colore, di specie vegetale e d’intensità secondo ciò che turba o allieta la nostra grande Madre, perciò quello che altrove sono le stagioni, qui sono le vicende del mondo, le sue gioie e i suoi dolori.
La carica di custode è di grande prestigio, di conseguenza implica gravi responsabilità e tanta solitudine, ma è molto ambita dai venerandi saggi perché ricoprirla, significa essere a diretto contatto con la Madre Terra e i suoi più intimi segreti.
Un ruolo nel quale si sono succeduti nei secoli alcuni tra i più illustri druidi, molto arduo da ottenere poiché elettivo e non sono gli uomini a scegliere, bensì il santuario stesso ricoprendosi di gigli bianchi quando il prescelto lo calpesta, quindi per gli ambiziosi è perfettamente inutile affannarsi per ottenerlo, gli è irraggiungibile, ma il vecchio Gilduin non era mai stato ambizioso, era un puro di cuore ed amava sinceramente il santuario.

Seduto davanti alla casa del custode seminascosta tra le gigantesche radici della quercia Sud, il saggio Gilduin fumava tranquillamente la sua lunga pipa e si godeva la mattinata guardando da lontano i contadini recarsi alla fiera lungo il sentiero che si snoda fiancheggiando il fiume in fondo alla valle.

Fantasy / Malus,1. Il racconto del giullare, 2.

 

Io, solitario principe di una stirpe maledetta che fu artefice della propria tragedia, detentrice d’allettanti tesori che altrettante rovine causarono, cosa mi aspetto riuscire a scorgere nascosto dietro nebbia? Perché bramo ciò che torna portando con sé lo strazio di ricordi incancellabili?

Forse non è solo il dolore che la bruma reca silente nel crepuscolo, forse vi sto raccontando questa storia, perché penso che sia giunto il momento di tornareindietro nella parte più buia del mio passato e confrontarmi con ciò che più temo: me stesso, riaprendo cicatrici che il tempo non può sigillare e la mente non ha la forza di sfuggire, sembrerebbe non avere senso, eppure solo così, forse, riuscirò finalmente a ritrovare la mia anima di giullare persa nelle nebbie dell’odio, essa stessa tenue ombra, nebbia tra le nebbie.

 

Tempo addietro un vecchio druido e caro amico di nome Gilduin, ripensando a quanto era accaduto, paragonò la nostra storia ad un’antica leggen­da che narrava di due principi, che per via delle loro eccezionali gesta ricevettero dagli Dei l’immenso dono di potere esprimere un desiderio, entrambi chiesero l’eterna giovinezza e quindi l’im­mortalità.

Gli Dei però, nella loro somma saggezza, reputando tale dono troppo grande per dei semplici mortali, posero una condizione e pretesero in cambio da entrambi l’oggetto più prezioso che possedevano. Al più anziano chiesero la splendida spada Gramr, che gli aveva permesso di salvare le persone a lui più care. Al più giovane chiesero il fiore re­galatogli dall’amata al momento dell’addio, che egli stringeva ancora in mano.

Nessuno dei due principi consegnò agli Dei l’oggetto richiesto, probabilmente in quell’istante entrambi compresero la vanità del proprio desiderio, o forse il prezzo preteso dagli Dei era troppo alto persino per l’immortalità. Fu così che lasciarono i sacri antri del Wal­halla per fare ritorno alle loro lontane dimore.

Dopo di loro però, come nella nostra storia, si presentò agli Dei un giovane drago, il cui nome era Penumbra, offrì agli Dei la propria vita in cambio di un fiore… gli Dei sorrisero…

 

fantasy / Malus, I. Il racconto del giullare.

 

Chi è costui, vi chiederete voi, ecco mi presento: sono un giullare e quanti mi conoscono credo siano pronti a giurare che sono pazzo.

Folle, nel vano tentativo di sfidare la magia col solo ausi­lio dell’intelletto. Sognatore, perché credo nella grandezza dell’uomo. Male­detto, perché non affido le mie speranze a un raggio di Sole. Dannato, perché ho cercato di cancellare i colori dell’arcobaleno lasciando solo il rosso del sangue. Il mio sangue sulle mie mani. Eppure, vi fu un tempo lontano in cui fui principe, figlio di grandi re, in se­guito divenni guerriero, ma le mie armi preferite furon e saranno le parole, messaggere della mia intima essenza che è sempre stata un’anima di giullare.

Da questa collina verdeggiante guardo le foglie degli alberi vibrare al fresco respiro del vento e mi torna in mente il suono dei flauti, dei liuti, della mia amata arpa, spensierato sottofondo delle chiassose feste delle nobili corti, eppure ogni volta che cerco d’abbandonarmi ai ricordi piacevoli, irrompe il fragore scellerato dei campi di battaglia, lo sguardo spietato dei condottieri con i pugni insanguinati stretti sulle spade, ed è inutile negarlo, io ero tra loro.

 Vedo i fianchi della collina dorarsi nella quiete del tramonto, le miriadi di fiori che la ricoprono assumere tinte calde, madide di vita, sento il loro profumo abbracciarmi con forza come a volere diventare la mia stessa linfa vitale; nonostante ciò… ogni sera mi ritrovo qui, seduto sotto questa maestosa quercia, rivolto a nord col cuore proteso verso i confini settentrionali di questo mondo, verso funesto Niflar, il Paese delle Nebbie, che divide la terra degli uomini, dei vivi, il Midgard, dal mondo dei morti, l’Hel. Scorgo in lontananza la bruma scivolare sottile tra gli alti boschi venirmi incontro cercando me, figlio del Paese delle Nebbie che non mi hanno abbandonato; ballavo, cantavo, scherzavo, ma il mio cuore era dominato dalla nebbia, non c’era piacere umano che potesse dissolverla, allontanarla da me, già perché allora non volevo ammettere nemmeno questo: la mia natura elfica e non umana.

Alcune evanescenti saghe c’identificano con gli elfi neri, ma nelle notti d’inverno, quando la bruma arriva a coprire le cime degli abeti, il vento canta il nostro antico nome: eravamo i Nibelunghi, adesso siamo pochi errabondi senza terra e un passato che non sia una confusa leggenda nella stessa legenda.