Malus I. Tenebricus, 9.

«Beh si, ho sempre desiderato un abito di seta bianco naturale, che lasciasse libere le spalle e la schiena, copren­dole in parte con pizzo tra­punto di perle e con una larghis­sima e voluminosa gonna lunga, leggera come un alito. »

«Siete sicura, che non lo vogliate tempestato di gemme della più no­bile fattura? »

«Oh, scusa non si può fare? » Con un altro schiocco di dita, Desirée si ritrovò indosso l’abito dei suoi sogni. Incredula scese piano dal letto, avvicinandosi allo specchio posto poco lontano dal camino. Quando vide riflessa la sua immagine, stentò a credere ai propri oc­chi, non solo l’abito corrispondeva alle aspettative, ma nei capelli, perfettamente asciutti, erano intrecciati nastri di seta e perle. Girò su se stessa rimirandosi nello specchio, facendo risplendere la seta e le perle di fluttuanti riflessi ambrati dalla luce del fuoco, era difficile da credere eppure indossava proprio l’abito che aveva sempre sognato, ed era più bello di come avesse pensato.

Sorrise raggiante al Principe della Notte, che la guardava compiaciuto della propria opera. Adesso anche lei sembrava uscita da una ro­mantica fiaba, una delicata fata. Affondò le mani nelle soffici stoffe e le tirò un po’ istintivamente, volle controllare i piedi e fu quasi sorpresa di non vedere le scarpette da ballerina, si voltò verso lo specchio quasi volesse scorgervi il suo passato, in effetti quell’abito aveva qualcosa del tutù, il Lago dei Cigni non era molto lontano da lei, ma in quella favola al contrario che era diventata da qualche tempo la sua vita, il cigno era lui e le stava davanti sorridente e bello come un sogno di una notte di mezz’estate, pericoloso come un cigno.

«È fantastico come si fa? » domandò cercando di tornare alle realtà.

«Non è molto difficile, ma troppo complesso da spie­garsi a chi è ignaro di magia».

Desirée, non fece molto caso alla risposta, era stata una domanda retorica, affascinata dalla propria immagine, si rimirò un’altra volta allo specchio, e fu proprio sullo specchio che i loro occhi s’incontrarono per la prima volta, il Principe della Notte sembrava condividere la sua opinione, lo sguardo non era più ostile, aveva occhi grandi, sorridenti, però non si capiva se stesse ammirando lei o la propria magia.

«Quanti anni hai? » Gli domandò improvvisamente Desirée, staccando lo sguardo da lui.

«Perché? »

«Non si capisce bene, sembri molto giovane e carino». Il Principe della Notte alzò con indifferenza le spalle.

«Perché avrei dovuto contare gli anni? In questo luogo non si di­stingue il giorno dalla notte. Non accade mai niente». Desirée si voltò verso di lui perplessa.

«Vuoi dire che non t’importa sapere quanti anni hai? » effettivamente non sembrava interessato all’argomento.

Malus I. Tenebricus, 4.

 

«Senza offesa, ma la vostra vista mi è esecrabile», concluse il Principe, con un gesto della mano ordinò ai guerrieri ombra di condurla via.

«Ma vedi d’andare a farti f…» stava per ribattere, ma le guardie l’avevano già afferrata per un braccio e la stavano trascinando via, dandole solo il tempo di gridare.

«Bastardo dentro e fuori!  Figlio di…», la porta si chiuse alle loro spalle.

Più che spaventata, era avvilita, aveva capito di trovarsi in pericolo, pur non comprendendo bene quanto, cercava freneticamente una soluzione, un qualcosa che potesse aiutata a sfuggire da quella situazione decisamente pazzesca, doveva pensare con calma.

Avevano lasciato la stanza del mago e si accingevano a scendere una larga scala a chiocciola. Desirée camminava piano trascinando riluttante i piedi, ma era sveglia come non mai, attese che il guerriero ombra che la prece­deva scendesse i primi gradini, e gli fece lo sgambetto al piede che stava sollevando facendogli perdere l’equilibrio. Sgusciò via, sfuggendo alla guardia che le stava dietro, che colta di sorpresa non era riuscita a reagire prontamente. Riattraversò di corsa il vano circolare, che avevano appena passato, scomparendo in un corridoio adiacente, non aveva pensato di potere essere tanto veloce.

La sua velocità aumentò considerevolmente quando, voltatasi, si rese conto di non essere inseguita solo dai guerrieri ombra, ma anche da piccoli e orripilanti mostriciattoli color cadavere con lunghe zanne giallastre.

Il corridoio sboccava in un’elegante scalinata, che portava in un’ampia sala debolmente illuminata, le sembrò una promettente via di fuga, ma proprio in quell’istante una figura alta con un largo capello, che sembrava non avere volto ma mille, le volteggiò davanti, parve sfiorarle la gola con la punta delle dita e scomparire nuovamente nell’oscurità delle pareti dalle quali era uscita, sussurrando lasciva «Bella». Era raggelante, per un attimo Desirée si sentì girare la testa, soffocare, cadde preda del panico e cominciò a correre come in un disperato incubo verso la pallida luce che intravedeva alla fine del corridoio. Raggiunse la scala, la scese, giunta, però a metà rampa, si accorse che gli insegui­tori si erano fermati, voltatasi un attimo indietro, ne capì subito il motivo, come nei peggiori incubi la scala su cui si trovava prese a sgretolarsi progressivamente, sprofondando in una voragi­ne sottostante da dove le gridava contro senza voce l’inquietante creatura di poco prima. Dopo il primo istante di sconcerto, Desirée saltò sulla ba­lau­stra e, come aveva fatto tante volte da bambina, scivolò giù lungo il corrimano. Una volta sotto, però, non seppe trattenersi dal fare un gesto poco gentile, ma molto esplicativo, all’indirizzo dei suoi inseguitori.

«Tiè! Brutti schifosi», e scappò via, lungo l’ennesimo corridoio senza sapere dove stesse correndo. Dopo un po’ si fermò e si guardò intorno cercando di capire quale fosse la migliore via di fuga, scelta difficile dato che non sapeva da che parte sareb­bero giunti i prossimi guerrieri ombra, poiché quelli che aveva appena seminato non erano certa­mente gli unici, ancora più inquietante era la creatura che usciva dal buio.

 

Malus I. Tenebricus, 3.

 

« La sacra spada assorbiva al suo interno la luce abbagliante, quale può esserlo unicamente il bagliore dello Jõtunheimr circondato dal deserto di ghiaccio. Riassumeva in sé la genialità dei suoi costruttori istruiti alla segreta magia dei giganti delle Terre di Ghiaccio, donava l’invincibilità a chi la possedeva.» Desirée con la mano gli fece cenno di stringere, il Principe della Notte finse di non vedere e proseguì « Fu con questa spada che i miei antenati furono sconfitti, poiché nessun maleficio o magia poteva tenerle testa. Sfortuna nostra volle che il Mago dello Jõtunheimr fosse molto accorto, di conseguenza intuì che un potere talmente grande avrebbe finito col corrompere persino gli animi più retti, che avrebbero rischiato di servire, loro malgrado, le stesse forze che egli aveva sconfitto. Così dopo la vittoria distrusse la spada, disseminandone i pezzi in tutti i mondi a lui conosciuti, scomparendo egli stesso. La­sciando questo mondo portò con sé un componente di vitale impor­tanza, ed è stato proprio quel frammento che io ho seguito per di rintracciarvi e che voi portavate al collo quando siete giunta qua ».

« Un anello per unirli, un anello per ghermirli… corsi e ricorsi storici. Mi sembra di capire che in quest’arco di tempo voi abbiate ritro­vato e ricomposto tutti i pezzi ».

«Supposizione corretta, con quella spada sarò in grado di riprendermi quanto un tempo fu dei miei antenati, e vendicare una condanna emessa diecimila anni prima che nascessi. Esattamente tra cinque giorni, quando in cielo risplenderà la costel­lazione che riluceva al momento in cui fu forgiata, i frammenti della spada si riuniranno l’un l’altro tenuti insieme dal sangue dell’ultimo dei Rankarth, inutile rilevare che si tratta del vostro, e quando que­sto scorrerà a Tenebricus, anche la maledizione imposta dal più potente di voi si estingue­rà insieme alla vostra stirpe. Come potete ben vedere Signora, prendo due pic­cioni con una fa­va».

«Non per sminuire il tuo entusiasmo da fanatico di bassa leva, ma tutto quello che hai detto è semplicemente insensato, pertanto temo che avrai un’amara delusione, se non altro perché tutte le storielle di questo genere terminano sempre con la vittoria dell’eroe buono e la morte del principe cattivo, e questo senza eccezioni. Inutile dire chi sia qui il cattivo».

«Potrà sembrarvi poco plausibile, ma è la realtà. Desidero inoltre cogliere l’occasione per rammentarvi che, purtroppo per voi, la realtà ha poco a che vedere con le fiabe a lieto fine, forse è per questo che spesso si dice che è amara. Vi tocca bere un calice mio amaro Signora».

Desirée lo guardava perplessa.

«Perdonatemi, dimenticavo un’ultima inezia: è inutile che tentiate di fuggire e lasciare il castello, se non ci sono riuscito io con i miei straordinari poteri, non penso possiate esserne capace voi, per cui mi auguro che non creiate ulteriori seccature. Buonanotte».

«Perché ti do pure fastidio? E ma ci vuole faccia tosta…».

 

Malus I. Tenebricus, 2.

 

Giunti in un ampio vano circolare, da sotto una porta laterale vide filtrare uno spiraglio di luce artificiale. Le ombre aprirono la porta e la introdussero in una stanza diversa dalle altre, nonostante l’altezza del soffitto, le pareti erano nascoste da scaffali straripanti di libri e oggetti vari. Al centro su di un ripiano in pietra era poggiata una sfera di cristallo, che emanava una pallida luce, diversa da quella irrequieta e calda proveniente dal fuoco che ardeva nel grande camino alla sua sinistra.

Al suo arrivo la luce all’interno della stanza aumentò. Desirée scorse sulla destra, parzialmente nascosto dal bordo di una li­breria, un uomo seduto su una poltrona di pelle dallo schienale alto, indossava un lungo abito di velluto rosso scuro di foggia medievale e te­neva un libro aperto sulle ginocchia, lo chiuse lentamente e la osservò con attenzione.

«Accomodatevi Signora», disse infine, indicandole la poltrona accanto al fuoco, quasi di fronte alla sua. La voce era calma e di circostanza, ma lasciava trasparire un velo di minaccia, era freddo come la pietra del castello.

Desirée completamente intirizzita fu lieta di potersi sedere al caldo.

«Benvenuta, spero abbiate fatto un buon viaggio».

«No, schifoso!  Di merda! », rispose Desirée, stendendo le mani verso il fuoco, tentando di reprimere i brividi che la scuotevano visibilmente, non le piaceva tremare davanti a quell’individuo antipatico dall’aria superiore, peggio degli amici di Sophie.

«Perdonatemi mia Signora, se non mi sono presentato prima, il mio nome è Malus l’albero del Sapere, Cignus, Mánihard, Figlio di Naglfari lo scuro Re della Notte e Signore delle Tenebre, sono il Principe della Notte, ultimo discendente della glo­riosa stirpe… » Desirée, cui il fuoco sembrava avere in breve tempo ridato energia, lo interruppe bruscamente.

«Sinceramente di questo non me ne frega assolutamente niente, e non ti permettere di chiamarmi tua signora! Non ti conosco e non ti voglio conoscere, voglio solo andare a casa! ».

«Desolato, ma purtroppo mia Signora temo di non potervi accontentare, inoltre ciò che ho intenzione di comunicarvi, credo sia d’impor­tanza vitale per voi», la corresse senza cercare di celare un tono di scherno. Desirée si volse verso il fuoco, mandandolo mentalmente a quel paese, troppo stanca per affrontare una lite con uno sconosciuto odioso.

«Dovete sapere che siete l’ultimo discendente dei nostri acerrimi ne­mici: i Rankarth, i grandi Maghi dell’estremo nord, lo Jõtunheimr. Costoro più di diecimila anni orsono distrussero il nostro regno, annullando i nostri poteri al di fuori di queste mura, all’interno delle quali ci rinchiusero, condannan­doci all’eterna solitudine ed al silenzio assoluto. Il nostro annienta­mento non li soddisfaceva a pieno. Nella loro malvagità vollero che continuassimo a vivere in eterno la nostra morte, estendendo la pena alle generazioni future. Per quanto mi concerne, sto pagando una colpa di cui si è persa la memoria», a quelle ultima parole la voce pur restando cordiale vibrava scossa dall’odio.

«Beh, per quanto mi riguarda, non ho mai sentito quel nome, inoltre i maghi esi­stono solo nelle fiabe, come gli elfi, gli gnomi e altre scemenze del genere. Vorrei solo capire che ci faccio in questo posto da incubo, è tutto così irreale che mi sta venendo l’emicrania», rispose senza nemmeno guardarlo allungando le mani verso il fuoco. Gli occhi violacei del Principe della Notte lampeggiavano di luce sadica, cominciava a divertirsi a fare il gioco del gatto col topo, si adagiò allo schienale soddisfatto.

«Tutte creature comuni in questo mondo, Signora, poiché per quanto vi possa dispiacere, stupire o sembrare impossibile, non siete più nel vostro mondo, ma in uno paral­lelo.» La ragazza lo fissò un attimo perplessa, poi tornando a guardare il fuoco crepitare nel camino, replicò.

«Ridicolo, questa non è altro che un brutto scherzo di Sophie, deve avere organizzato il tutto col suo amico produttore cinematografico, che fa quei film inguardabili. Mica sono scema, non credo a una parola di quello che hai detto».

 

Malus I. Tenebricus, 1.

 

Tenebricus

 

 

 

L’oscurità era profonda, pesante come il silenzio che la circondava. Desirée tremava, i vestiti erano bagnatici, non riusciva nemmeno a vedere se stessa, si era rannicchiata in un angolo tentando di evi­tare il contatto con le pareti umide e fredde. L’aria puzzava di muffa ed era irrespi­rabile. Si fece coraggio e chiamò a bassa voce.

«Sophie, Gaby, ci siete? » Non ebbe risposta, era pervasa da brividi di freddo e forse anche di paura, non riusciva a capire che co­sa le fosse accaduto e dove si trovasse. Tastando accanto a sé trovò lo zainetto, tremante lo aprì alla ricerca della torcia, la trovò, ma non funzionava. Con un sussulto di gioia però individuò il cellulare, lo prese, non aveva campo, ma con la pallida luce del display esplorò quella che si rivelò essere una piccola cella con una massiccia porta di ferro come unica apertura. L’angoscia crebbe, non riusciva proprio a capire cosa fosse successo, dove era?

Erano trascorsi alcuni minuti dal suo risveglio, un penetrante cigolio la avvertì che la pesante porta di ferro veniva aperta raschiando il pavimento, a poca distanza da lei appar­vero alcuni esseri dagli occhi verde fosforescente. Accesero una torcia di legno e resina, illuminando il piccolo vano e anche se stessi, mostrando ciò che pareva impossi­bile: il loro corpo era costituito da una densa ombra che aveva la forma di un massiccio guerriero medievale in armatura, l’unica cosa che sembrava materiale erano gli inquietanti occhi che spicca­vano da sotto l´elmo.

Un guerriero si staccò dal gruppo, si avvicinò a Desirée e le puntò contro un’alabarda, che non sembrava per niente irreale, anzi d’ottimo acciaio, le fece segno di seguirli. Desirée non ebbe scelta, tremante ed allo stremo delle forze, dovette andare con gli impalpabili guerrieri ombra.

Il tragitto da percorrere si rivelò molto più lungo di quanto avesse immaginato, le sembrò non avere fine. Era evidente che si trovava all’interno di una qualche antica costruzione che data l’altezza dei soffitti e l’estensione dei corridoi doveva essere di dimensioni gigantesche. Dopo avere risalito scale, che come un serpente si addentravano nel ventre del gigante di pietra, passarono per enormi sale deserte, spazzate solo dal vento che penetrava dalle alte finestre ogivali, il suo soffio incessante aveva imbiancato di sale la ruvida superficie della pietra, che alla luce ondeggiante della torcia si riverberava sui cristalli di sale, creando fantomatiche evanescenze conferendo ai massicci muri di pietra inquietanti dissolvenze spettrali. Tutto sembrava essere stato abbandonato da lungo tempo, ciò che mancava però per segnare il trascorrere del tempo era lo sporco, non c’era traccia di polvere o ragnatele, il ché,  se possibile, dava un senso di vuoto ancora più opprimente.

Desirée pensò di trovarsi in un complesso architettonico di stile gotico in evidente stato d’abbandono, non c’erano mobilio o altre suppellettili, le sale erano spoglie. Gli unici suoni percepibili erano il suo respiro affannato e i suoi passi, di tanto in tanto una raffica di vento più forte che faceva sbattere le imposte semi scardinate e chissà quali lontane porte, la cui eco si rincorreva incessante per l’edificio, non era facile capire dove avesse origine, era irreale.