Malus I. Segreti in cantina, 17

 

«Vai avanti tu Gaby, che sei più piccola», suggerì prudentemente Sophie, Gaby senza riflettere troppo sulla proposta vi s’infilò con agi­lità felina seguita da Falstaff, dopo un po’ la udirono gridare.

«Qua dentro è tutto ancora in perfetto stato di conservazione, è fantastico. Ve­nite a vedere! ».

«E… il soffitto com’ è, pericolante per caso? » s’informò Desirée.

«No, dai venite! Che avete paura?»

«Bisogna tenere presente che la ragazza è un tantino in­cosciente», avvertì Desirée, Sophie la guardò per un attimo titubante, dicendo infine risoluta.

«Andiamo», e si calò anch’essa nell’aper­tura, lasciando Desirée sola a decidere se seguirle o No.

Intanto il vento era aumentato d’intensità, nubi scure si stavano ad­densando sopra di loro, si preparava un temporale. Desirée impensierita alzò lo sguardo e si guardò intorno, le forme e i movimenti delle nuvole le parvero celare qualcosa d’inquietante.

Un brivido le passò la schiena, all’improvviso senza capire perché ebbe paura, fece per seguire le amiche per sfuggire alla solitudine, ma la prudenza la trattenne, scrutò ancora l’interno che appariva sinistro e chia­mò.

«Sophie, Gaby, siete lì? Rispondete! » Non ottenne alcuna rispo­sta, né udì alcun rumore, «Smettetela di fare stupidi scherzi e venite fuori! Sta per piovere. Ehi! Mi avete sentito? ».

 Le rispose solo una fioca eco coperta dalle raffiche di vento che aumentava d’intensità e agitava in repentine ondate i rovi pendenti dalle rovine come tante scarne braccia protese verso di lei.

L’essere rimasta sola in quel luogo le metteva ansia, si allontanò dall’apertura che le appariva minacciosa, dirigendosi verso un punto più alto, sgombro dalle macerie che le offriva una visuale più ampia. Le nubi stavano coprendo la Luna.

«Dunque», si disse «Non bisogna farsi prendere dal panico, an­che se, data la situazione, potrebbe essere giustificato. A tutto c’è una spiegazione razio­nale e logica: potrebbero avere trovato un’altra uscita ed essere già tornate alla macchina. Deve essere così, come ho fatto a non pensarci prima». Rincuorata, saltò giù dalle macerie e si diresse in fretta verso la sua destra, dove un crollo aveva aperto una breccia nella parete esterna della chiesa. A metà tragitto, si spense la torcia elettrica.

«Male­dizione! Mi mancava solo questo», presa da un attacco di panico, cercò freneticamente di riaccenderla senza riuscirci. Si guardò intorno impaurita, era tutto buio, spinta dalla necessità e dalla paura proseguì lo stesso, raggiungendo in pochi minuti e senza ulteriori pro­blemi l’esterno dell’edificio. Una volta fuori da quelle spaventose rovine si sentì più tranquilla e si diresse verso il sentiero in terra battuta dal quale erano venute.

Dopo qualche passo però, insospettita, si fermò ad ascoltare, non si per­cepiva più al­cun rumore. Il vento, che aveva sospinto così velocemente le nubi a rico­prire la Luna, adesso si era placato, non si udiva più nulla, il silenzio era inquietante. Si guardò attorno, scrutò attentamente l’ombra nera proiettata dalle mura, le parve di scorgere qualcosa, aguzzò lo sguardo senza riu­scire ad individuare niente, pur riuscendo a vedere attraverso l’oscurità.

Udì uno scricchiolio alle sue spalle, si voltò di scatto e vide dinanzi a sé dei minacciosi occhi verdi fosforescenti, tentò d’indietreggia­re, ma qualcosa di gelido la afferrò alla gola e le coprì la bocca, il buio divenne totale.

 

 

 

Malus I. Segreti in cantina 16

 

«Purtroppo Sophie, Gaby ha tradotto solo le prime sei righe, forse siamo state un tantino precipitose a venire subito a vedere».

«Pensa, se ci fosse un tesoro e qualcuno arrivasse prima di noi», aggiunse Sophie.

«Dato che l’ultima volta è stato abbandonato voluta­mente e con tutta calma, non penso che abbiano lasciato qual­cosa di prezioso»  Osservò Gaby oltrepassando i resti del portale e inoltrandosi cautamente all’in­terno, seguendo Falstaff che sembrava avere intuito la loro meta e correva avanti.

«Perché ti avventuri là dentro, se non sai nemmeno cosa stai cercando? » le gridò dietro Sophie.

«Il testo fa evidentemente riferimento a qualcosa di germanico o celtico sicuramente non cristiano, tipo gli occhi rossi che abbiamo visto, quindi essendo abitudine della Chiesa dei primi secoli erigere chiese in luo­ghi sacri alle di­vinità pagane, allo scopo di sostituire nella memoria popolare un culto pagano con uno cristiano e per esorcizzare il potere malefico delle divinità con la presenza santa della chiesa, dobbiamo cercare questo qualcosa nel posto più sacro dell’edifi­cio.  Semplice! », urlò Gaby alle altre due che erano rimaste indietro e alle quali quel ragionamento non sembrava poi tanto semplice.

Incespicando tra le macerie e facendosi largo tra i rovi raggiunsero in­fine la zona absidale, della quale rimaneva solo la parete di fondo, che s’innalzava dietro un consistente ammasso di macerie.

«Fantastico, adesso che ci siamo, che ci aspettiamo di tro­vare», commentò pensierosa Sophie guardando perplessa la distesa di macerie che aveva dinanzi e che le sembrava quanto di più insignificante potesse esserci.

«No, ma qualche indizio forse», rispose Gaby guardandosi intorno, senza sapere che fare o da dove cominciare.

«Doveva essere molto bella una volta» considerò Desirée illu­minando con la torcia quanto restava delle alte finestre dell’abside. Intanto si stava alzando un vento fresco che muovendo rovi e arbusti conferiva al luogo sembianze sinistre. Desirée corrugò la fronte e sembrò annusare l’aria, si guardò intorno illuminando i ruderi e dopo poco esclamò.

«Guardate! Quella fessura potrebbe dare accesso alla cripta».

In basso alla loro destra, in effetti, si apriva una fessura parzialmente ostruita dai resti di un pilastro caduto, sembrava essere stata messa in vista da un re­cente crollo, era larga appena quanto bastava per permettere il passaggio di una persona.

 

Malus I. Segreti in cantina 15

 

«No, è accaduto in una piccola bettola ai piedi della collina, credo che sia stata uccisa una contessa fuggita con l’amante. Una di quelle storie torbide, che nes­suno riesce a capire proprio perché torbide. La bettola fu trasformata in stalla. Un mio antenato ha solo com­prato l’insegna e l’ha attaccata da­vanti a casa nostra, sapessi i soldi che si è fatto, la gente veniva da tutta la Francia per sentire la storia della contes­sa, ovviamente un po’ impreziosita. »

«Ma… scusa, la gente del posto sapeva che non era la locanda originale», obiettò Sophie.

«Sai come sono da queste parti, la birra era buona e la pubblicità è l’anima del commercio, e poi già allora era una copertura», spiegò Desirée.

«Tanto, qualche decennio dopo hanno preso a tagliare la testa a tutti quei bastardi nobili », si sfogava Gaby.

«Altra occasione in cui può essere redditizio avere una locanda un po’ nascosta vicino al mare» si vantò Desirée, mentre Gaby rimarcava la sua osservazione con un « Altroché, i suoi antenati avevano la locanda, i miei le barche da pesca per liberare la Francia dai nobili e spedirli in Inghilterra ».

Chiacchierando avevano quasi raggiunto i ruderi del monastero, adesso si vedeva bene una parte più mal ri­dotta: costituita da di­versi piccoli edifici, che in tempi lontani erano stati un monastero, addossati a una struttura più imponente e in parte anche meglio conservata, che dalla forma della facciata non poteva essere altro che la chiesa abbaziale.

Giunte sulla soglia, di quella che era stata una chiesa, rimasero però un po’ deluse: il soffitto era completamente crollato, tra­scinando con sé gran parte dei colonnati e delle pareti laterali. L’interno era ingombro da grosse parti di muratura e colonne divelte, c’erano vistose brecce anche lungo le pareti laterali. L’unica zona che riusciva ancora a tenere testa all’impetuoso vento del mare, era il muro di fondo del coro.

«Qua ci cade qualcosa in testa ragazze», osservò preoccupata Desirée, ispezionando con la torcia elettrica l’interno dell’edificio.

«Adesso che siamo qui, vediamo di capirci qualcosa. Gaby prendi il foglietto », disse Sophie a Gaby, che stava già frugando nelle proprie tasche.

«Ecco qua», disse spiegando il foglio, mentre Desirée faceva lu­ce.

«Come vedete non è un semplice testo, ma una successione di quattro frasi, che hanno tutta l’aria d’essere indovinelli. Nel secondo brano si trova il nome di questo posto, sembra evidente che chi l’ha scritto non voleva essere capito da chiunque, ma solo da chi possiede la chiave di lettura di questo rebus. Destinatario che ovviamente non siamo noi, altrimenti avremmo saputo in che modo interpretare il tutto, perché non si manda un messag­gio segreto a qualcuno, se questi non è in grado di ca­pirlo. Tecnicamente si dice che ci manca la chiave di decodificazione».

«Probabilmente la soluzione del messaggio si trova nelle risposte degli indovinelli che dovrebbero costituire una frase», arguì Sophie.

«Sinceramente credo di no Sophie, piuttosto penso che sia un volu­to depistaggio, altrimenti uno degli indovinelli non avrebbe contenuto il nome di un luogo realmente esistente. La soluzione è ben nascosta all’in­terno di queste frasi».

«La terza allora dovrebbe contenere un’indicazione più precisa su cosa cercare. Il bello è che siamo qui senza nemmeno avere un’idea di quello che stiamo cercando».

 

Malus I. Segreti in cantina 14

«L’umidità te li sta incurvando in modo strano» disse Gaby osservandoli da vicino.

«Sì, lo so tra poco avrò l’aspetto di un cartone animato giapponese» piagnucolò lamentosa Desirée e per distrarre le amiche dalla sua capigliatura ribelle, incitò Gaby a raccontare delle sue scoperte.

«Fu fondato intorno al nono – decimo secolo, pare su resti di un santuario pagano, come sapete in queste zone, il paganesimo sopravvisse a lungo …».

«Finora l’unica cosa eccezionale è il sottomarino in cantina», forse Sophie aveva preso male la questione della cantina.

«Fu saccheggiato e tutti i monaci trucidati dai Nor­manni».

«Sì, ma non bisogna prendersela personalmente, quelli massacravano tutti indistintamente, erano fatti così non c’era cattiveria», commentò Desirée sostenuta da Sophie che aggiunse.

«Non mi toccate i Normanni! Se non avessero invaso queste zone, probabilmente, non sarei stata così alta e bion­da, ma sarei stata … » Stava per dire celta e bassa, ma guardò Gaby e preferì non proseguire per la propria incolumità, intanto Desirée stava ridendo di gusto, sapendo che osservazioni così pro­fane mandavano in bestia la piccola furia rossa sinceramente legata alle proprie ideologie progressiste.

«Che egoismo, solo perché tu mille anni dopo…».

«Dai, continua», la interruppe Desirée, onde evitare un altro battibecco. Gaby sbuffò seccata e proseguì col racconto.

«Tra saccheggi ed incendi di varia origine è stato di­strutto tanto spesso che nel quattordicesimo secolo è stato abbandonato definitivamen­te. Eccolo! », esclamò indicando oltre gli alberi del bosco, una massa scura dai contorni irregolari che si stagliava contro il cielo grigio tenuemente illuminato dalla pallida notte. Tutt’intorno c’era un desolato piano erboso, spazzato dal vento che giungeva fin lì dal vicino mare.

«Non finisce qui, tutti quelli che da allora hanno com­prato il terreno sono finiti male».

«E lo credo, bisogna essere fessi a comprarsi una landa desertica come questa, che reddito potrà mai avere, che cosa può produrre? Guarda un po’ che terra, c’è da stupirsi che ri­e­sca a crescere l’erba. » Disse So­phie dando un calcio a una zolla sassosa.

«Voi state cercando di farmi credere d’essere l’unica ad avere paura, ma la verità è che voi non avete nemmeno il coraggio di ammetter­lo, invece, quando siete sole, la sera guardate sotto il letto per paura che vi sia un mostro».

«Io non ho mai negato di guardare sotto il letto … e saltuariamente in qualche altro posto, dipende», ammise Sophie, ma Desirée la schernì con una sonora risata, ag­giungendo con aria superiore.

«A me non verrebbe mai in mente di guardare sotto il letto».

«Per forza: ci sono i cassetti! Non c’è posto nem­meno per un mostro nano.». Intervenne Gaby ridendo, mentre Sophie coglieva l’occasione per chiedere.

«Desirée, ma a casa tua, ai tempi in cui era ancora una locanda, non è stato commesso uno di quei delitti famosi? Non avete i fantasmi?».

Malus I. Segreti in cantina, 13

«Come avete fatto finora? »

«Furbizia. Siamo sempre riusciti a far credere d’essere qualcun altro, per fortuna Russi e Americani non si parlano molto».

«Più che furbi, siamo fortunati», puntualizzò Desirée.

«Dichiarate le verità, gli ideali non c’entrano niente, qui se lo sono tenuto semplicemente perché piace», concluse Sophie, le altre due ammiccarono con un sorriso.

Ferme sulla banchina ammirarono il loro U-Boot, sperando in cuor loro che la fortuna non le avrebbe abbandonate e che come l’ultimo esemplare di una rara specie animale, il loro lupo grigio sarebbe riuscito a sfuggire all’uomo moderno e a salvarsi dal gelo della guerra fredda ancora in atto.

 

Tempo due giorni come promesso Gaby era riuscita a decifrare parte del testo e ad individuare una parola che sembrava essere il toponimo di un luogo non molto distante dalla loro cittadina, così decisero di andarlo ad ispezionare al più presto.

«Eccoci arrivati, con la macchina non possiamo andare oltre», disse Sophie, accostando lo spiderino ai bordi della strada in terra battuta. Gaby era seduta dietro insieme a Falstaff, le braccia incrociate sul petto per sottolineare il malumore che il broncio sembrava non esprimere a sufficienza.

«Mi è perfettamente chiaro, che una volta scoperto che nel messaggio è menzionato l’antico nome del mona­stero di Seelamp, voi voleste andarci. La colpa è mia che ve l’ho detto, ma non capisco per­ché questo non potevamo farlo di giorno alla luce del Sole? ».

«Prima avevamo da fare, siamo personcine molto impegnate», controbatté Sophie aprendole la portiera.

«Tra l’altro per quell’essere con gli occhi rossi sembra non esserci molta differenza tra giorno e notte, dato che è venuto a trovarci di mattina. L’unica cosa su cui avrei da ridire io, è che potevamo tirare giù la cappotta, sono appena stata dal parrucchiere e voi sapete quanto detesti andarci», aggiunse Desirée, metten­dosi sulle spalle lo zaino, ma Gaby insisteva.

«Si tratta di una struttura abbandonata e comunque il tuo parrucchiere non è un granché».

«Bella forza, se ci fossero ancora i monaci, complessati come sono, credi che permetterebbero a tre graziose ragazze di venire a curio­sare nel cuore della notte? » Le fece notare Sophie, sbat­tendo la portiera della macchina, esasperata dai discorsi che aveva dovuto ascoltare durante tutto il tragitto e rivolta a Desirée aggiunse «Si risparmia su tutto, ma non sul parrucchiere, sembra che tu odi i tuoi capelli, eppure sono così belli e folti».

«Ma… è abbandonato proprio perché porta male» ribatté Gaby.

«Andiamo, tanto, se la conosco bene, prima che avremo raggiunto il monastero, ci avrà raccontato tutti i fat­tacci ri­guardanti questo posto, in modo da potere condivi­dere con noi la sua paura, ci vuole spaventare. Per il momento l’unica cosa che potrebbe spaventarmi è dovere tornare dal parrucchiere, è un po’ come andare dal dentista» disse scherzosa­mente Desirée, avviandosi lungo la strada che s’inoltrava nel bosco, dove già scorazzava allegramente Falstaff annusando eccitato l’aria della sera. «E comunque quel poveraccio del mio parrucchiere ha fatto quel che poteva, doveva tagliare via tutte le ciocche bruciacchiate».

«Ah, quindi quel taglio non è una cosa voluta?  Meno male, non avevo detto niente temendo che fosse un ritorno al tuo passato» commentò con un sospiro di sollievo Sophie.

Malus I. Segreti in cantina 11.

Nuovamente le dita si mossero sulla tastiera. Le immagini dello schermo ebbero un sussulto e come risucchiate, presero a mostrare a volo d’uccello paesaggi a gran velocità, per terminare in una distesa di ghiaccio che specchiava una luce accecante spegnendosi improvvisamente in un’esplosione di fuoco.

« Bene », un altro tocco e stampò su carta alcune righe.

Nel frattempo erano tornate le altre due.

« È tornato? », domandò Gaby affacciandosi dal basso.

« No, ma ho scoperto che ha lasciato delle tracce nella memoria, sono riuscita a stamparle, però non riesco assolu­tamente a capire di che co­sa si tratti. Aspetta arrivo » disse porgendole il foglio ed apprestandosi a scendere. Gaby prese a studiarlo con grande interesse.

« Sono rune? » domandò Sophie, ma Gaby scosse la testa meditabonda.

« No, una variante depravata dell’alfabeto latino, comun­que dalla co­struzione delle frasi non si direbbe nemmeno una lingua ger­manica, sembrerebbe quasi che qualcuno abbia trascritto in germanico un testo di un’altra lingua, usando questi caratteri abnormi ».

« In altre parole, non c’è speranza ». Lasciando cadere le braccia sconfortata.

« No Sophie, è solo più complesso del previsto, non c’è testo che regga al mio attacco».

« Quanto tempo pensi ti occorrerà per decifrarlo? » s’informò Desirée.

« Domani vado all’università e faccio un salto in biblioteca, forse trovo qualcuno che mi può dare una mano, comunque per capire quello che c’è scritto, senza attendere una traduzione precisa, credo non ci vorranno più di due giorni. »

« E la parola che lampeggiava, non hai idea che significa­to possa avere? », domandò Desirée.

« È proprio quella che mi lascia alquanto perplessa, si tratta di una definizione nordica per indicare i draghi, signi­fica qualcosa di simile a volato­re della penombra o colui che vola nella penombra, Penumbra e curiosamente c’é anche la stessa parola latina, vede qui: Penumbra, scritto a chiare lettere. Spero solo che il re­stante testo non sia nello stesso stile ».

« Un intero testo è sempre meglio di una singola parola, forse riusciamo a fare qualche passo avanti », disse Sophie speranzosa.

« Vuoi vedere come c’immergiamo? » domandò Desirée cambiando argomento.

« No, No, ferme! Non fate scherzi. Posso guardare dal periscopio? Ho sempre sognato di farlo », Desirée ridacchiò.

« Non ti spaventare, per muovere questo coso serve un equipaggio per di più in gamba altrimenti sono guai ».

Malus I. Segreti in cantina 10.

« Come no: solidale con noi stessi, mi sembra più che giustificato, è amicizia tra popoli come giustamente dice Gaby », obiettò Desirée senza riuscire a nascondere un leggero sorriso d’impertinente compiacimento.

« In caso di nuovo conflitto internazionale o grave crisi economica Desirée riaprirà la locanda », spiegò Gaby alzando il bicchiere per un brindisi, Desirée rispose alzando il suo.

« Anche perché ho ancora i magazzini pieni di superalcolici, non ne posso più di biscottini al rum, torta al rum, crema al rum, arrosto al… ».

« Basta! Abbiamo capito. Vuoi vedere il resto?» chiese Gaby alzandosi per interrompere la litania di Desirée che rischiava di diventare lunga, Sophie annuì e la seguì.

Appena furono uscite, Desirée con uno scatto felino si alzò e raggiunse la scaletta che portava all’interno della torretta dove si trovava il posto di comando in combattimento. Quel vano forse più di ogni altro era stato invaso dall’alta tecnologia, tre schermi a cristalli liquidi, più uno che dava la posizione tridimensionale dell’U-boot, erano stati sistemati nei pochi spazzi lasciati liberi dagli strumenti, molti dei quali erano stati rimossi e sostituiti con apparecchiature più moderne, tanto da fare somigliare il ponte di comando più all’interno di un’astronave che a quello di un attempato sottomarino.

Desirée si sedette sul seggiolino scricchiolante, allungò la mano sulla tastiera che stava alla sua destra e digitò nuovamente la parola misteriosa. Il ponte s’illuminò leggermente, su uno schermo trasparente, che le stava di fianco, presero a scorrere cartine di terre lontane percorse da brevi guizzi di luce.

La ragazza le osservava impassibile, solo una sottile ruga sulla fronte lasciava trasparire i suoi pensieri. Si sporse e con un tasto accese il quadro di comando poco più in basso, poi digitò velocemente qualcos’altro sulla tastiera continuando a tenere d’occhio lo schermo. Le attrezzature stavano assorbendo una grande quantità di dati, quando il turbinio di segni rallentò, disse tra sé a bassa voce « Da personcina educata bisogna rispondere ».

Malus I. Segreti in cantina 8

Sophie, ancora poco convinta, passò con una certa prudenza sulla tavola e titubante mise piede sul sommergibile, si guardò intorno « È immenso, aspettatemi! ».

Le altre due si stavano già arrampicando sulla torretta, affrettò il passo e si trovò a passare accanto ai due pezzi d’artiglieria antiaerea, che visti da vicino le sembrarono giganteschi, ne urtò uno facendolo ruotare di poco, vedendoli così mobili, quasi fossero vivi, si spaventò e si precipitò dalle amiche, che raggiunse solo all’interno del sommergibile, dove erano comodamente sedute ai posti di comando a sorseggiare cognac e chiacchierare serenamente, quasi fosse il salotto di casa.

« Incredibile… », disse guardandosi intorno.

Il sommergibile sembrava non essere mai stato abbandonato, era come se stesse aspettando l’equipaggio per salpare. Solo alcune parti in ottone lucidato a specchio e le spartane poltrone di pelle lasciavano trasparire uno stile passato. Le apparecchiature erano in funzione e segnalavano una serie di dati a lei incomprensibili. Vi era stata apportata qualche modifica, come indicavano alcune apparecchiature evidentemente nuovissime e d’alta tecnologia.

« In pratica mio nonno si è trovato nella posizione di chi vince tutte le battaglie, ma qualcun’ altro perde la guerra », le spiegò Desirée.

Sophie era ancora senza parole.

« Come in Caccia a Ottobre Rosso appunto», precisò Gaby.

« Sì, ma se non ricordo male Ottobre Rosso alla fine viene consegnato agli americani ». Desirée corrugò la fronte, l’idea della consegna le dava l’orticaria.

« Questo U-boot è stato ufficialmente affondato come tutti gli altri che rifiutarono l’umiliazione della resa sotto l’onta della bandiera pirata imposta dagl’Inglesi. E poi che c’entra? I generali quelli che stanno per terra, com’è che si chiamano… non hanno mica restituito i carriarmati, li hanno semplicemente lasciati in giro. Qui abbiamo fatto la stessa cosa. Cosa c’è che non va? », domandò Desirée.

« Come ragionamento, non regge molto ».

Malus I. Segreti in cantina, 7.

Sophie era ancora senza parole.

« Una mattina lo videro affiorare dalle gelide acque a causa di un guasto al sistema d’aerazione e fu subito amore ». Gaby adesso era veramente orgogliosa di poterle mostrare il loro segreto.

« Ma come si fa? È un sommergibile nazista », questo era inequivocabile date le grandi svastiche e croci bianco nere ben visibili sullo scafo insieme alla scritta U-933 la sigla del sommergibile.

« U-Boot », la corresse Desirée « U-933 detto Prinz Eisenherz è un pezzo unico, appartiene al tipo VII/c 41, ma ha tante modifiche da essere quasi un c 42, il prototipo mai realizzato. Ha uno scafo doppio, in teoria potrebbe raggiungere i 400 m. di profondità, quasi come i sommergibili d’oggi e una notevole capacità di fuoco di ben quattordici torpedo. Il motore a diesel è stato un po’ aggiornato, sai andava troppo piano », scese saltellando verso il molo, dove prese una lunga tavola che appoggiò al sottomarino per salirvi. Gaby intanto con un accenno d’imbarazzo tentava di giustificare il fatto a Sophie, che ancora non riusciva a capacitarsi.

« Devi capire Sophie, che quelli erano tempi molto inquieti ed insicuri, non si poteva sapere cosa sarebbe successo, per questo era meglio stare in guardia e premunirsi contro il peggio » continuò Gaby « Qui nessuno ha restituito le armi dopo la guerra ».

« Hai finalmente capito, perché da queste parti nessuno vende casa? Hanno le cantine piene d’armi, che non sanno più come eliminare ». Strillava Desirée dal sottomarino, aggiungendo con vanto.  « La mia cantina è la più bella », e presa dall’entusiasmo si mise a ballare, facendo rimbombare cupamente l’acciaio dello scafo. Sophie guardandosi intorno stupita, raggiunse il piccolo molo ingombro di bidoni e attrezzature varie coperti da grandi teloni incerati, si fermò sbalordita a guardare l’U-boot ancorato davanti a lei.

« Sono 67 metri di sottomarino, non è tanto già all’epoca ce n’erano di molto più grandi, ma questo è micidiale. », continuò Desirée, adesso imitava Shakira, sbagliando però i passi come notò l’occhio esperto di Sophie.

« Ma che senso ha? Dopo tanti anni. Questo enorme coso è bello, ma potrebbe andare bene solo per un museo navale, se davvero dovesse succedere qualcosa, che ci fai con questo? È un rottame » l’indignazione e l’offesa furono comuni.

« Non ha un filo di ruggine », protestò energicamente Gaby, mentre saliva sdegnata sul sommergibile, Desirée invece la guardava con un intimidatorio sorriso sulle labbra, a guardarla bene aveva qualcosa di tedesco, ferma su suo U-Boot a puntualizzare.

« Questo coso non è mai stato sconfitto da nessuno. Non sa cosa sia la sconfitta, né tanto meno la ruggine, non riesce nemmeno a immaginarsela. Dai sali » e corse via ridendo insieme a Gaby.

Malus I. Segreti in cantina 6.

« Queste caverne nei secoli passati sono servite a pirati e contrabbandieri. Nei momenti di carestia da queste parti non restava altro da fare. Nessuno ha mai saputo che in questo trasognato paesino fu saltuariamente praticata la pirateria, per questo è molto importante che tu non dica mai niente di questi posti, ne va della rispettabilità della nostra storia », specificò Gaby prima di lasciare passare Sophie, che mise una mano sul cuore sollevando l’altra in tacito segno di giuramento, così poté varcare finalmente la soglia segreta.

« Altre scale! Per chi mi hai preso ». Desirée era andata avanti ed aveva acceso la luce. Le scale con i gradini dissestati proseguivano, ma la galleria a una decina di metri da loro finiva in un’ampia caverna. Gaby aveva ripreso il racconto.

« Beh! È una storia molto romantica, volendo… Il nonno di Desirée s’innamorò della nonna e il villaggio …»

« Del nonno ufficiale gentiluomo » volle concludere Sophie, ma Desirée che le stava davanti la corresse.

« No, non del nonno, di questo », indicando ciò che si trovava all’interno della caverna. Sophie si voltò verso la luce, da prima riuscì a prendere atto solo di una grossa massa grigia, ma quando la mise bene a fuoco non credette ai propri occhi, esclamando incredula.

 

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« Mio Dio! Ma è pazzesco! », guardò meglio, non era possibile, eppure aveva di fronte un sommergibile tedesco della seconda guerra mondiale in perfetto stato di conservazione, che galleggiava placidamente ormeggiato nel piccolo porto sotterraneo. Prendeva sia in altezza, sia in lunghezza quasi tutta la grotta. Rispetto ai sottomarini moderni aveva uno scafo sottile e allungato che lo faceva apparire quasi elegante, nonostante fosse fermo ed in evidente disarmo incuteva un inconscio e cupo timore, cui contribuivano i grossi pezzi d’artiglieria che armavano la torretta, ancora minacciosamente puntati verso l’alto, contro un nemico che aveva vinto la guerra e si era dimenticato di loro. Alle funi d’acciaio erano fissate delle strane bandiere: una francese, una tedesca e ben due grandi bandiere della pace, evidente sforzo di Gaby per bilanciare altri simboli molto negativi.

Le due amiche la stavano guardano con occhioni innocenti, pieni d’orgoglio.

« Bello vero? », chiese a conferma Desirée.