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Malus I. Lo scoccare delle ore, 3

 

«L’altro giorno abbiamo detto ad alcuni di noi di an­dare in uno scantinato a prendere il carbone, li abbiamo chiusi dentro, non c’era il carbone, ma l’acqua che saliva sempre più e sono annegati».

«Ah, ecco chi è stato» disse uno dietro di lui, men­tre altri gli fa­cevano da spalla.

«Non siete annegati? »

«Capo, forse era la bassa marea quella che veniva…», suggerì con fare col­pevole un altro, poco prima di essere aggredito da un compagno. Ne nac­que una piccola rissa i cui partecipanti rotolarono giù da delle scale, dove i colpevoli avevano cercato di scappare, gli altri rimasero un at­ti­mo ad osservarli, continuando poi tranquillamente il loro camino. Ogni tanto si vedeva apparire un Alp, ma spariva subito dopo, sembravano avere ricevuto l’ordine di tenersi alla larga, inoltre la mancanza di reazioni da parte di Desirée li avviliva.

«Se volete fare davvero i cattivi, perché non vi mangiate il vostro pa­drone, sarebbe una cattiveria senza pari, divorare il padrone, non c´è niente di più cattivo». Il tentativo di sobillazione non riuscì molto bene, i mostri la guar­darono scandalizzati.

«Queste sono cose che non si pensano nemmeno.»

«No, no.» Aggiunsero gli altri preoccupati.

«Ma si può sapere da che postaccio vieni, per avere idee del genere? » Desirée non si arrese e insistette.

«Ma come fate ad essere cattivi, se obbedite cie­camente al vostro pa­drone, io pensavo che per essere davve­ro malvagi, bisognasse essere contro ogni cosa.»

«Solo se non fa male».

«Farsi male è contro la nostra etica».

«Lui davvero cattivo».

«Di conseguenza può fare male, molto male».

«E io? Secondo voi sono cattiva ?»

«Buona, con le patatine e la salvia».

«Anche l’alloro non ci starebbe male».

Le scale erano finite, erano in un ampio corridoio, la guardia che li precedeva aveva aperto una porta dalla quale filtrava uno spiraglio di luce, entrando Desirée si rese conto di trovarsi nella stessa stanza della sera precedente. I mostri rimasero ri­spettosamente all’esterno. Vista con animo sereno la camera era ac­cogliente, piccola e straripante di libri, che ricoprivano ogni superficie piana disponibile, fatta eccezione per una roccia sulla quale poggiava la sfera di cristallo.

 

Malus I. Lo scoccare delle ore, 2.

«Zitto deficiente! Non m’interrompere. La nostra pericolosità è co­stituita nel caso specifico dal fatto che ci nutriamo di carne umana», e voltandosi fissò significativamente Desirée con la bava verdognola che gli colava dalla bocca, senza sortire l’effetto desiderato, perché lei invece gli domandò un po’ perplessa.

«Ma se io sono la prima persona ad avere messo piede in questo ca­stello, come fate a mangiare, è per questo che siete così ma­gri? »

«Bimba impertinente!»

«Che cosa c’entra questo!» Imprecò il mostro, non sapendo però come rispondere, preferì continuare la spiegazione «Abbiamo ben tre file d’affilatissimi denti, tra i quali meritano particolare men­zione i lunghi canini, che possono raggiungere la lunghezza di ben dieci centimetri, una potenza mandibolare che ci permette di recidere anche l’acciaio. I nostri artigli sono più taglienti dei rasoi e più velenosi di un morso di vipera, basta un taglietto per morire avvelenati, lo stesso vale per gli aculei della coda».

«Certo se non vi lavate mai, c’è di che prendersi qualche brutta infe­zione», commentò Desirée varcando la soglia della torre ed entrando in una delle tante grandi sale.

«Tu bella bimba non ci prendi sul serio e sbagli», la minacciarono.

«Bimba molto impertinente»

«Senti bella, tu al nostro cospetto dovresti tremare di paura»

«Ma io sto tremando di paura»

«Non si direbbe proprio» disse il più anziano scrutandola attentamente, alla ricerca di qualche traccia di paura.

«Ieri sono stata anche così gentile da scappare da voi»

«E perché oggi non lo fai?» stavano diventantdo sospettosi.

«Perché ho adosso il più bel vestito che abbia mai avuto e non mi va di sgualcirlo»

«Il terrore non è una gentilezza!» sbraitò qualcuno, mentre qualcun altro aggiungeva.

«Dovrebbe essere naturale»

«Di naturale c’è che ci sta prendendo è per il culo».

«Quante storie! E comunque queste sono le vostre caratteristiche somatiche, non è l’etica», li corresse imperturbata Desirée.

La guardarono un attimo interdetti, e, dopo avere sferrato un paio di calci all’interprete colpevole di avere sbagliato argo­mento, continuarono a spiegarle «Ecco noi facciamo tutte le cose più cattive che si possano immaginare, non facciamo niente di buono per gli altri, piutto­sto ci facciamo ammazzare».

«Ed è bello fare i cattivi? »

«Che domande, certo! ». Desirée sorrise nuovamen­te non riusciva a trattenersi.

«Come fate a saperlo, se non avete fatto niente di buono, o almeno senza esservi resi conto di farlo. Adesso ad esempio, mi state gentilmente accompagnando dal vostro padrone tutti insieme, come si conviene a dei bravi e gra­ziosi esserini, è molto premuroso da parte vostra. Grazie.» A quelle parole presero a contorcersi dal disgusto, ci fu addirittura chi si rotolò per terra, qualcuno vomitò o almeno così sembrò, poteva anche essere solo bava quello che sputavano, perché la salivazione era decisamente aumentata a sentire i complimenti di Desirèe.

«Senti un po’ Bimba, chiamaci un’altra volta carini, graziosi o qualcos’altro e finisci male ».

«Quindi per voi questo sarebbe un insulto? »

«Certo! »

«Anzi un oltraggio! »

«Allora se vi dicessi che siete delle putride carogne, o degli idioti con la marmellata al posto del cervello, voi sareste contenti? »

«Marmellata buona».

«Sì, certo » annuirono alcuni saltando contenti, ma uno di loro li fermò.

«No, aspettate ragazzi in questo ragionamento, c’è qual­cosa che non quadra», ne seguì un sommesso bisbigliare interrotto di tanto in tanto da qualche irripetibile imprecazione. Infine uno di loro leggermente più ma­gro e incurvato, che dava l’im­pressione d’essere anche più anziano, precisò.

«Bisogna distinguere tra l’essere e l’intento, quindi ne consegue che noi siamo perfetti e bellissimi, ma con pessime intenzioni nei confronti d’ogni essere vivente, in particolar modo gli uomini e le bambine saputelle». Gli altri annuirono contenti per la soluzione raggiunta, Desirée invece sospirò annoiata.

«Ad esempio? » A questa domanda i mostriciattoli si guardarono in faccia senza sapere rispondere, poi uno di loro sembrò avere un’idea.

Malus I. Lo scoccare delle ore, 1.

Lasciò la camera con l’intento di mettersi alla ricerca del Principe della Notte, aveva alcune cose da chiarire, e in fondo, anche se pazzo omicida, era tanto carino. Dinanzi alla porta trovò come promesso una guardia, con una tor¬cia accesa pronta a farle da guida, stava per tentare di comunicare con l’uomo ombra, quando fu raggiunta da un insopportabile fetore, si guardò in¬torno, l’odore proveniva da un mostro simile a quello che aveva tentato di aggredirla sul cornicione.
«Io sarei l’interprete, le guardie non parlano», si giustificò il mostro vedendo che Desirée lo guardava con disgusto retrocedendo ed arricciando il naso.
«Il fatto di essere un mostro t’impedisce per caso di lavarti? »
«Certo, è contro l’etica professionale» s’intromise un altro mo¬stro sbucando da dietro un pilastro insieme a di¬versi altri, facendo escla¬mare Desirée.
«Che schifo, sembra di stare in una fogna. Va bene, portatemi dal vostro pa¬drone, ma per favore state lontani», volle chiudere la discussione Desirée, renden¬dosi conto di essere ormai circondata da una decina di mostri, ma uno di loro tenne a precisare.
«Bimba, guarda che tu sei nostra prigioniera, non ci puoi dare or¬dini. » Desirée non poté fare a meno di notare i lunghi denti gialla¬stri esibiti in tutto il loro fetore allo scopo d’intimorirla e la bava giallo verde che colava ai lati delle fauci. Qualcuno allungò minacciosamente le zampe avvi¬cinando gli artigli alle morbide pieghe della gonna, ma poco prima di giungere a toccarla, alzò lo sguardo incrociando quello oltremodo minaccioso di Desirée.
«Voi non starete per caso cercando di sgualcire il mio bel vestito? »
I mostri rimasero un attimo a guardarla dubbiosi, poi spinsero avanti uno di loro, un po’ più grosso, il quale dopo essersi schiarito la voce, s’informò.
«Nel qual caso questa sfortunata evenienza dovesse ve¬rificarsi, in quali conseguenze potremmo incorrere, nostra graziosa signora? »
«L’annientamento totale: v’incenerisco», rispose Desirée con voce calma, fonda e apparentemente cordiale, ma molto credibile.
«Grazie, era solo un’informazione, tanto per sapere», disse il mo¬stro ritirandosi nel gruppo, Desirée li guardava, divertita dalla lo¬ro infantile credulità, intanto uno di loro precisava.
«L’annientamento totale è in palese contrasto con la nostra etica professio¬nale».
Nel frattempo il guerriero ombra si era allontanato facendo strada.
«Davvero, e in che cosa consiste la vostra etica professionale? » domandò Desirée seguendoli lungo la scala buia che conduceva fuori dalla torre.
«Innanzi tutto siamo realmente molto pericolosi …»
«Non è facile essere pericolosi, vero Signora? »
Desirée annuì.

Malus I. Tenebricus 12

 

Gli artigli circondarono la gola del Principe della Notte, sembrava volessero stringerla per spezzarla, affondare nella sua carne, veloci, spietate, una frazione di secondo per finirlo, si fermarono seguendo nervosi per alcuni istanti la giugulare che palpitava lenta e inconsapevole.

«È tutto sbagliato» lasciarono la presa e la figura scura si ritirò silenziosa nelle tenebre dalle quali era uscita.

 

Lo scoccare delle ore

Quando Desirée si svegliò, capì che era mattino solo dall’ora segnata dal suo orologio da polso, le dieci. Durante la notte qualcuno doveva essere entrato nella stanza, poiché i suoi abiti, completamente asciutti e accuratamente ripiegati, erano poggiati su una poltroncina vicino allo specchio, accanto allo zaino e alla torcia elettrica, che funzionava nuovamente.

«Dove ha messo il mio bel vestito? » si chiese.

Lo ritrovò appeso nell’armadio insieme con altri abiti dai colori e stoffe più varie, rimase a lungo ad ammirarli rapita. Abiti simili li aveva visti solo in televisione, alle sfilate di moda e nei film in costume, affascinanti souvenir di una femminilità troppo scomoda. Averli tra le mani peró era tutt’altra cosa, le stoffe erano talmente morbide e delicate al tatto da provocare sensazioni del tutto nuove, così infine non seppe fare a meno d’indossar­li.

Per ultimo provò un abito di velluto rosso fuoco con lo strascico, attillato con lunghe mani­che a zampa d’elefante. Si rimirò nello specchio, divertita dalla sembianza che le conferiva l’abito.

«Da casta colomba a mangiatrice d’uomini», disse con un accenno d’impertinenza, gettò indietro i capelli che le ricaddero folti sulle spalle come se fossero diven­tati anch’ essi di fuoco, li ammirò con orgoglio girando lentamente su se stessa. Ancora una volta il gioco si trasformò in realtà, quando tornò a fissare lo specchio, lo sguardo era divenuto torvo e la fronte cor­rugata.

“ Chissà qual è la mia vera es­senza” Gli occhi si fissarono fiammanti nello specchio, cercando di carpire oltre all’immagine riflessa qualcosa di se stessi, di leggere nella propria anima, ma poi ripensando a quando vi aveva sostenuto lo sguardo del Principe della Notte, si accesero di un sorriso amaro.

“ Per fortuna gli specchi riflettono soltanto una par­venza, nemmeno l’immagine reale, solo ciò che noi vo­gliamo che sia. Gli uomini vedono anch’ essi solo ciò che può mostrare uno spec­chio” Accarezzò lo specchio, poi chinato il capo borbottò a voce sommessa “ In fondo è quanto noi stessi vogliamo vedere “.

Volse le spalle a quell’immagine poco gradita di sé e si tolse l’abito, troppo scomodo nella sua aderenza al corpo, indossandone uno di seta verde smeraldo con delicati ricami d’oro, attillato nel corpetto ma molto ampio nella gonna, commentando la scelta con.

«Se carnevale deve essere…»

 

Malus I. Tenebricus, 10.

«Nel castello vi è una stanza preposta alle attrezzature che misurano i flussi del tempo, comprese le diverse varianti» il tono della voce era nuo­vamente freddo e distante. La guardava dritto negli occhi, le parole erano cordiali, ma il suo volto parlava di disprezzo. «Se lo desiderate, potrete vederla. Domani vi farò visitare il castello, a patto che non facciate altre stupidaggini. Adesso vi prego di perdonarmi, ma ho da fare. Buonanotte Signora». Si voltò per andarsene, aveva appena raggiunto la porta, quando Desirée lo richia­mò.

«Malus», la mano del mago era casualmente appoggiata sulla parete accanto alla porta, trasalì, sentì le mura sussultare al suo nome, come se non fosse accaduto nulla, si voltò, la ragazza era troppo ingenua per potere anche solo intuire ciò che aveva causato.

«Desiderate? » ma non riuscì a nascondere l’astio nella voce. Gli occhi di Desirée, che fino a quel momento erano stati raggianti, si velarono di tristezza, voleva dire qualcosa, ma sembrò mancarle il corag­gio, infine domandò la prima cosa che le venne in mente.

«I mostri non torneranno più? »

«No, non oseranno», rispose deciso. Detto ciò, lasciò la stanza scomparendo nell’oscurità, non aveva biso­gno della luce, sua nemica, per muoversi nello sconfinato intrico di sale e corridoi della fortezza, si diresse a passo veloce verso il cuore del suo regno: la sala del trono dalle slanciate finestre blu, e il soffitto retto da uno straordinario gioco d’archi, sotto il quale rilucevano le stelle del firmamento, come se fossero rimaste imprigionate nell’architettura.

Entrato, si sedette sul freddo trono di pietra e argento.

«Portami da bere», ordinò con rabbia a una silenzio­sa guardia, che s’inchinò e scomparve immediatamente la­sciandolo solo a os­servare la pallida luce delle stelle, senza riuscire a distogliere la mente dalla ragazza e soprattutto dalle sue parole, che, dette con ingenuità, erano state più laceranti di quelle pronunciate nella rabbia.

Malus I. Tenebricus, 9.

«Beh si, ho sempre desiderato un abito di seta bianco naturale, che lasciasse libere le spalle e la schiena, copren­dole in parte con pizzo tra­punto di perle e con una larghis­sima e voluminosa gonna lunga, leggera come un alito. »

«Siete sicura, che non lo vogliate tempestato di gemme della più no­bile fattura? »

«Oh, scusa non si può fare? » Con un altro schiocco di dita, Desirée si ritrovò indosso l’abito dei suoi sogni. Incredula scese piano dal letto, avvicinandosi allo specchio posto poco lontano dal camino. Quando vide riflessa la sua immagine, stentò a credere ai propri oc­chi, non solo l’abito corrispondeva alle aspettative, ma nei capelli, perfettamente asciutti, erano intrecciati nastri di seta e perle. Girò su se stessa rimirandosi nello specchio, facendo risplendere la seta e le perle di fluttuanti riflessi ambrati dalla luce del fuoco, era difficile da credere eppure indossava proprio l’abito che aveva sempre sognato, ed era più bello di come avesse pensato.

Sorrise raggiante al Principe della Notte, che la guardava compiaciuto della propria opera. Adesso anche lei sembrava uscita da una ro­mantica fiaba, una delicata fata. Affondò le mani nelle soffici stoffe e le tirò un po’ istintivamente, volle controllare i piedi e fu quasi sorpresa di non vedere le scarpette da ballerina, si voltò verso lo specchio quasi volesse scorgervi il suo passato, in effetti quell’abito aveva qualcosa del tutù, il Lago dei Cigni non era molto lontano da lei, ma in quella favola al contrario che era diventata da qualche tempo la sua vita, il cigno era lui e le stava davanti sorridente e bello come un sogno di una notte di mezz’estate, pericoloso come un cigno.

«È fantastico come si fa? » domandò cercando di tornare alle realtà.

«Non è molto difficile, ma troppo complesso da spie­garsi a chi è ignaro di magia».

Desirée, non fece molto caso alla risposta, era stata una domanda retorica, affascinata dalla propria immagine, si rimirò un’altra volta allo specchio, e fu proprio sullo specchio che i loro occhi s’incontrarono per la prima volta, il Principe della Notte sembrava condividere la sua opinione, lo sguardo non era più ostile, aveva occhi grandi, sorridenti, però non si capiva se stesse ammirando lei o la propria magia.

«Quanti anni hai? » Gli domandò improvvisamente Desirée, staccando lo sguardo da lui.

«Perché? »

«Non si capisce bene, sembri molto giovane e carino». Il Principe della Notte alzò con indifferenza le spalle.

«Perché avrei dovuto contare gli anni? In questo luogo non si di­stingue il giorno dalla notte. Non accade mai niente». Desirée si voltò verso di lui perplessa.

«Vuoi dire che non t’importa sapere quanti anni hai? » effettivamente non sembrava interessato all’argomento.

Malus I. Tenebricus, 8.

 

«Perdonatemi, ho dimenticato che i vostri abiti sono completa­mente bagnati. Vi aiuto a cambiarvi. »

 

Istintivamente Desirée si strinse addosso i vestiti, provo­cando una ri­satina divertita del Principe della Notte.

«Io non sono un comune mortale, non ho biso­gno di usare le mani per compiere un’azione talmente ordinaria», schioccò le dita e Desirée si trovò improvvisamente indosso un abito di raso grigio dai bordi ricamati d’argento, foderato di morbidissima pelliccia della stes­sa to­nalità.

Incredula Desirée richiuse gli occhi, notando che la testa le girava ancora un po’, quando li riaprì indossava ancora lo stesso stupendo vestito, non era stata un’illusione. Di­nanzi al letto sostava un’ombra recante un vassoio con una be­vanda fumante.

«Vi prego di berla, mia Signora, vi farà stare meglio, non cela in sé alcun inganno», la rassicurò il Principe della Notte cercando di sembrare cordiale, pur non fidandosi troppo, senza fare altre obiezioni Desirée accettò di bere, sentendosi immediatamente più in forze.

«Come hai fatto? » domandò, sedendosi stancamente sul letto in modo da potersi vedere meglio. Il Principe della Notte studiava or­goglioso la propria opera, continuando a massaggiarsi la spalla.

«Erano di vostro gradimento i mostri? Sono opera mia, mentre gli uomini ombra, sono il mio popolo, come pure gli Alp e gli altri esseri che si aggirano per il castello», Desirée si voltò verso di lui stupita.

«Quello che usciva dal muro era un Alp, un incubo-vampiro? Abbastanza insignificante me li immaginavo peggio, molto peggio».

«Il loro aspetto è irrilevante, perché il peggio, come lo chiamate voi, lo provocano nella vostra immaginazione, si può morire di paura, impazzire per un incubo, non riuscire più a distinguere tra realtà e sogno, o meglio follia; vi succhiano la vita e quanto di gradevole possa esserci in questa, e per quanto riguarda i mostri? »

«Repellenti, però da un punto di vista stretta­mente tecnico lasciano a desiderare: sono alquanto banali.» Il Principe della Notte alzò le spalle incurante della critica.

«Comunque spero che almeno l’abito sia di vostro gradimento, altrimenti posso variare».

«Si può anche scegliere?» Domandò Desirée guardan­dolo stupita con gra

ndi, innocenti occhi chiari.

Il principe sorrise soddisfatto, la ragazza non aveva proprio idea della portata delle sue arti magiche e volle impressionarla.

«Desiderate qualcosa di diverso? Vi premetto, che la mia magia non conosce limiti, è in grado di realizzare qualsiasi sogno la mente umana sia in grado di immaginare.»

Desirée lo guardava sospettosa, temendo che si stesse prendendo gioco di lei, non aveva ancora capito d’essere la prima persona alla quale il Princi­pe della Notte poteva mostrare le proprie capacità, però il sorriso del principe le fece dimenticare ogni timore.

 

Malus I. Tenebricus, 7.

 

Desirée era ancora semicosciente, si sentiva completamente sfinita, il calore della stanza non riusciva a darle conforto, continuava a sentire freddo. Girò la testa, il senso di vertigine aumentò, riuscì a mala pena a mettere a fuoco la figura del Principe della Notte.

 

«Quando siete caduta, affinché potessi soccorrervi ho dovuto trasformarmi nel primo volatile che mi è venuto in mente. È una magia che esercito di sovente. Gli uccelli sono l’artifi­cio che mi riesce meglio. Tuttavia devo confessare di non essermi mai tuffato prima in acqua, sincera­mente non avevo alcuna idea di come si facesse ad uscirne. Credo di essermi lievemente slogato la spalla» le spiegò il Principe della Notte vedendo che aveva ripreso conoscenza. Sorri­deva imbarazzato per l’incidente, con una mano scostò la frangetta, che gli ricadeva sulla fronte fino all’al­tezza degli occhi, prima Desirée non l’aveva notata, per­ché la portava pettinata indietro nascosta tra i capelli scuri come le tenebre e dai riflessi dei fulmini della notte di cui era signore.

 

Lo osservò meglio, i lineamenti erano scuri e decisi, la pelle luminosa, diafana del colore della Luna. Il volto era glabro, pur essendo marcatamente maschile, aveva una tale finezza nei lineamenti da avvicinarsi alla bellezza femminile. Le spalle erano larghe, il fisico atletico e slanciato, i movimenti erano eleganti, garbati come la stessa persona, eppure nell’insieme esprimeva una grande forza. Era lui la fonte della luce che aveva visto sott’acqua. Cosa aveva realmente visto sott’acqua?

 

«Come vi sentite Signora? » domandò ve­dendola tre­mare, Desirée non rispose, cercava ancora di capire quanto accaduto. Osservava stancamente la stanza in cui era stata portata, tanto diversa da quanto aveva visto fino allora nel castello: era ricolma di pizzi e veli in tonalità pastel­lo, evidente tentativo di conferire al vano un tono femminile, o quantomeno consono a gusti più gentili, non le piaceva. L’attenzione tornò sul Principe della Notte stesso. “A guardarlo meglio, non è altro che uno stu­pendo giocattolo, perfetto per miei gusti. Che stupida sono stata a non accorgermene prima, dove ero con la testa?” In effetti, il sorriso imbarazzato del Principe della Notte aveva qualcosa di tenero ed al contempo molto sensuale, forse era sincero. Desirée socchiuse gli occhi sognandolo suo per pochi istanti. Dall’esterno quel gesto dovette sembrare un nuovo segno di malessere, perché il Principe le disse.

 

Malus. Tenebricus, 6.

 

«Ma non dire stupidaggini, al tuo padrone servo viva ».

«Vieni qua bella bambina, dai vieni», rispose sibilando la disgustosa creatura  continuando ad avvicinarsi pericolosamente.

Desirée si mosse in modo da potere tornare indietro, ma proprio in quel momento qualcosa di terrificante la toccò, aveva accanto l’essere che usciva dal buio, ebbe un sussulto di paura incontrollato che le fece perdere l’equilibrio e prima ancora di rendersene conto, cadde nel vuoto precipitando lungo le pareti lisce del castello.

Prima di sprofondare tra le onde, riuscì a respirare l’aria pungente, fu come se nella sua mente avesse brillato per un attimo la luce dei ghiacci del Nord allontanando il buio di Tenebricus che le era entrato dentro, vide distintamente il bagliore sfavillante avvicinarsi. La forza dell’impatto scoordinato con l’acqua e la spinta verso il basso le provocarono un intenso dolore, che per un attimo la riportò nel mondo spaventoso dal quale era appena riuscita a fuggire, mentre sprofondava verso il basso, le sembrò di vedere una luce avvicinarsi dall’alto, non era un’illusione, era bellissima; incuriosita cercò di raggiungerla, dopo poche bracciate ebbe l’impressione di veni­re agguantata da un gigantesco orco, che la strinse con una terribile morsa, quasi la volesse spezzare in due.

Qualcosa o qualcuno l’aveva realmente afferrata, la stringeva in modo insopportabile e si dimenava nell’acqua, infine con un colpo secco e per lei doloroso, riuscì ad uscire dall’acqua. Solo allora, Desirée si rese conto che una gigantesca aquila marina l’aveva stretta tra gli artigli, e con un possente colpo d’ali, uscita dall’acqua, si stava faticosamente alzando verso Tenebricus, salì fino a raggiungere le guglie più alte del castello, lo sorvolò interamente, posandosi infine su di una torre nel versante opposto, dove già la attendevano schierati i guerrieri ombra.

L’aquila, deposta Desirée semisvenuta sul pavimento, batté le ali e con un grido agghiacciante si trasformò nel Principe della Notte. L’uomo fece un cenno ai guerrieri, i quali sollevarono la ragazza e la portarono all’interno della torre in una graziosa camera riccamente arredata. La distesero su un soffice letto a baldacchino, mentre Principe della Notte, si appoggiò al camino acceso per asciugarsi massaggiandosi indolenzito la spalla.