Malus, I. La Vecchia Osteria, 2.

Davanti ad un grande schermo a cristalli liquidi, sedeva una ragazza dalla folta chioma scura disordinatamente raccolta sulla nuca da un vecchio mollettone a forma di farfalla con tanti sbrilucichini colorati, che si affrettò a fare sparire per evitare imbarazzanti commenti da parte dell’amica sofisticata. La sua bellezza acqua e sapone non era prorompente, i lineamenti erano delicati e regolari, si sarebbe detto un volto comune, se non fosse stato per gli straordinari occhi grigio-blu dalla luce intensa sui quali le lunghe ciglia gettavano un’intrigante ombra. Nel complesso aveva un aspetto normale un po’ trasandato: alta, vestiva con semplicità, vecchi jeans e un maglioncino slabbrato viola.

 Le due ragazze erano amiche da tempo, si erano conosciute alla scuola di danza, dove erano state mandate Desirée per ingentilire i modi da maschiaccio e Sophie per semplice convenzione sociale, una aveva scelto danza classica, l’altra moderna. Sophie però ben presto si era resa conto che il detto “Il tempo è denaro” non è solo un modo di dire, ma la pura realtà, e la danza le sembrò oltre che una perdita di tempo anche di denaro, così ancora prima di raggiungere la maggiore età concentrò i suoi interessi sull’azienda di famiglia: la banca, promettendosi di diventare uno dei più giovani e promettenti banchieri che la sua famiglia avesse sfornato negl’ultimi tre secoli di attività, lasciando la danza era subito aumentata di qualche chilo, ma era cresciuto in modo esponenziale anche il suo conto in banca.

In modo simile aveva smesso anche Desirée, probabilmente influenzata dall’amica. Il distacco era stato più graduale, ma simile, era cominciato con l’esclusione dal saggio perché troppo alta, per consolarla il nonno l’aveva portata con sé in mare, risvegliando così tutt’altri interessi, finché un giorno si era accorta che c’erano cose che l’affascinavano di più come la fisica e l’ingegneria navale, e così accadde che l’armonia dell’universo prendesse il posto degli accordi musicali e gli scritti di Einstein sostituissero Tchaikowsky e le eteree nuvole di tulle che l’avevano accompagnata fino ad allora

Del comune sogno della danza non era rimasta che una grande foto in bianco e nero in cui Desirée non sembrava nemmeno lei, e non a caso era stata la madre ad appenderla. A Sophie quella foto piaceva molto, perché le ricordava una frase detta dall’ amica in un momento di malumore: “ Come ragazza ti affacci al mondo in punta di piedi con abiti candidi, poi però ti accorgi che devi comprarti gli scarponi chiodati e prendere il mondo a calci in culo se vuoi sopravvivere”, condivideva a pieno quell’impostazione, anche se agli scarponi preferiva uno stuolo di avvocati strapagato: fanno più danno. Probabilmente entrambe non erano riuscite a perdonare al mondo di averle fatte smettere di danzare.

Malus, I. Il messaggio, 4.

La collina si ricoprì nuovamente d’erba, fiorirono le rose, gli alberi germogliarono drizzando imperiosamente le possenti chiome al cielo e gli uccelli ripresero a cinguettare e svolazzare giocosi come se niente fosse accaduto. La natura risplendeva superba e spavalda mostrando all’uomo ciò che non era in grado di capire.

Il vecchio Gilduin era stremato, confuso, per un attimo credé di avere sognato, ma non era così, si era trattato di un avvenimento reale che era durato diverse ore, non riusciva proprio a capire, andò a controllare ad una ad una le querce, era tutto normale, tutto tranquillo.

All’epoca egli stesso non seppe interpretare correttamente i fatti, secondo me il più saggio dei maghi morì senza averli mai compresi del tutto, per quanto mi riguarda, forse, fu meglio così. Penso che il suo cuore fosse troppo turbato dal sangue che sgorgava dalla terra e dalla spaventosa voce del demone, per capire che la chiave del mistero era in quel timido balbettio che seguì, era la voce di Penumbra.

Per fortuna, almeno, comprese che doveva intervenire tempestivamente, così convocò d’urgenza il Grande Raduno dei Druidi nella sacra foresta di Brivium. Mandò le sue colombe ai quattro angoli della terra per radunare i membri del Grande Raduno sparsi nelle contee e regni più lontani della Terra di Mezzo. Egli stesso partì immediatamente alla ricerca del prode principe Randolf di Sonnholm, che come altre volte l’avrebbe aiutato nell’impresa, erano diretti verso un luogo lontano fuori dai confini del Midgard, perché come aveva scritto nel messaggio inviato agl’altri vati « La notte si sta svegliando ».

Lungo la strada fu raggiunto da una singolare notizia, alcuni abitanti delle lontane isole di Kajahil raccontavano d’avere visto numerosi draghi volare intorno alle vicine montagne dei Corni dei Demoni, quasi a formare degli stormi. Gilduin liquidò frettolosamente l’accaduto come poco rilevante, attribuendo l’assembramento di draghi alla probabile morte del vecchio Tages che da tempo immemorabile si annidava tra quelle rocce. Questo fu, probabilmente, il primo errore che commise, perché le cose non stavano esattamente come aveva pensato, ma d’altronde chi avrebbe potuto immaginare una realtà che non apparteneva agli uomini.

Malu, I. Il messaggio, 3.

 

Brandendo il bastone, sua unica arma contro quell’oscuro maleficio, si chinò cautamente sulla sorgente nelle cui acque così spesso aveva spiato gli avvenimenti del mondo, non riuscì nemmeno a vedere la sua immagine riflessa, difficile specchiarsi nel sangue se si ha il cuore puro. L’unica cosa che poté carpire a quella linfa fu un urlo distorto dalla lontananza ripetuto più volte.

« Uhtfolga, Uhtfloga » era la lontana eco della voce di un demone, che tradotto nella nostra lingua significa qualcosa come: colui che vola nella penombra, proseguiva biascicando un oscuro indovinello.

« Volavit volucer sine plumis, sedit in arbore sine foliis… conscendit illam sine pedibus, assavit illum sine igne ».

L’angoscia si fece largo nel suo cuore, in che modo le forze demoniache potevano essere riuscite a contaminare a tal punto la sorgente incantata? Di quale straordinaria potenza disponevano per riuscirci?

Sgomento Gilduin uscì, e rimase impietrito da ciò che si trovò dinanzi: gli alberi avevano perso le foglie, non vi era più un filo d’erba su tutta la collina. Era come se la morte contenuta in quella voce malefica, avesse impregnato le radici delle Querce Sacre, qualcosa stava nascostamente avvelenando il nostro mondo, le querce lo avevano percepito.

Il vento adesso sollevava gli steli secchi che erano stati erba e lambiva i sassi. A memoria d’uomo non era successo niente di simile. La natura sembrava moribonda, quello era un infausto presagio di morte, se non proprio la morte stessa. Per la prima volta in vita sua Gilduin si fece prendere dal panico, si agirò inquieto tra i rovi secchi, pregando, urlando formule magiche e percotendo il suolo col bastone magico, usò tutti gli artifici a lui noti per salvare quel luogo sacro, ma non servì a nulla. La collina si era trasformata in un’altura scarna, sembrava che la vita non l’avesse mai lambita.

Alcune ore dopo, quando Gilduin era ormai disperazione e prossimo alla rassegnazione, il fenomeno della voce si ripeté, la seconda volta però non fu un urlo, ma un impercettibile sussurro che canterellava l’antico indovinello.

« Volavit volucer sine plumis, sedit in arbore sine foliis…. Conscendit illam sine pedibus, assavit illum sine igne…» e poi ripeté tutto di nuovo.

Gilduin si precipitò verso la fonte urlando « Chi sei? ».L’indovinello si ripeté e poi come un timido balbettio disse ancora.« Penumbra », gli sembrò quasi di cogliere una lontana risatina, poi tutto svanì nel silenzio.

 

Malus I. Il messaggio, 2.

Il vecchio vate era un po’ pensieroso, nei giorni scorsi sul prato erano più volte comparse delle misteriose rose bianche, appena aveva cercato di toccarle, si erano dolcemente chiuse ed erano scomparse, il ché costituiva un evento anomalo che lo aveva incuriosito.

Stava ancora rimuginando sul fenomeno, quando inaspettatamente vide l’intera collina ricoprirsi nuovamente di rose, ma questa volta erano rosse come il sangue. Gilduin sorpreso, emise un lungo sbuffo di fumo, non era mai accaduto che un unico genere di fiori coprisse l’intera collina, per giunta di quel colore… Prese a soffiare un vento caldo, era fastidioso gli seccava la gola, mise via la pipa e si alzò, non gli piaceva: il vento si era levato improvviso insieme alle rose.

Preoccupato, Gilduin passò tra le rose per raggiungere la quercia Ovest, che nel tronco cavo celava una piccola fonte d’acqua incantata. I ramoscelli spinosi s’impigliavano nelle vesti, come se lunghe mani artigliate tentassero di trattenerlo, strappando via i vestiti dai rovi, Gilduin sempre più nervoso si fece largo tra gli arbusti e quando ebbe finalmente raggiunto la quercia entrando nel tronco cavo, al riparo dal vento caldo, vide con sgomento che la sorgente era rossa di sangue, ebbe un brivido. Immobile davanti a quello scempio cercò di ricordare se avesse sentito narrare di qualcosa del genere verificatasi in passato, ma non gli venne in mente niente. Di fronte a sé, in quello che era stato il suo posto preferito, c’era solo una pozza rossa, si chinò e annusò il liquido pastoso, era realmente sangue.

 

Cosa poteva avere cambiato l’acqua pura in sangue? Percosse con forza il suolo col suo bastone da druido, pronunciando un contro incantesimo, ma non cambiò niente, se avesse usato un comune manico di scopa sarebbe stata la stessa cosa; aveva la sgradevole sensazione che la sua magia nei confronti di quel fenomeno non sortisse alcun effetto, fosse semplicemente impotente. Con che cosa aveva a che fare? Quella domanda lo inquietava più dello stesso sangue.