Malus I. Lo scoccare delle ore, 5

 

«Sono dolente di dovervi nuovamente contraddire. Terrei, infatti, a rilevare che in fatto di malvagità i vostri ante­nati hanno di gran lunga superato i miei, inoltre non mi potete tacciare d’asocialità, quando mi distanzio semplicemente dal volgo, facendo la parola “associale” evidente riferimento ad una persona che vive al di fuori della società, incapace di integrarsi, invece io, rappre­sentan­done l’apice, ne sono perfettamente integrato, nel senso più puro dell’ari­stocrazia, intesa come il comando dei migliori, o dalle vostre parti preferite affidare la guida della società ai peggiori », sorrise pienamente sod­disfatto, vedendo che, so­prattutto l’ultima parte del suo discorso, non era piaciuta af­fatto alla sua ospite e che se l’era cavata abbastanza bene nella disputa verbale.

«Mai sentito parlare di democrazia, vero? ».

«No, ma già il nome non promette niente di buono».

«Tanto per cominciare Amleto era un principe».

Malus la guardò sinceramente stupito.

«Scioccante e per quale motivo faceva di questi discorsi estraniati? » Il modo di ragionare di Malus sfuggi­va a quanto Desirée aveva conosciuto fino allora, probabilmente era dovuto al fatto di appartenere ad un mondo completamente diverso da suo e mentre cercava una risposta o come sin­tetizzare in modo comprensibile al suo interlocutore un intero dramma sha­kespeariano, Malus trovò da solo la risposta.

«Presumibilmente non aveva ricevuto un’educazione adeguata al suo rango, che di conseguenza gli avrebbe fornito una valida spiegazione a tali futili do­mande, evitando probabilmente che gli venissero in mente».

«Oppure, Amleto ha avuto il coraggio di porsi alcune domande», controbatté Desirée, sicura di sferrare un colpo basso a Malus, ma non fu così, perché con la solita flemma questi rispose.

«Terrei a sottolineare che per porsi e porre delle domande non c’è assolutamente bisogno di coraggio, ma unicamente d’acume mentale, di conseguenza più che un coraggioso, questo povero disperato dà l’impressione di essere stato uno che non conosceva se stesso, perché, vedete mia Signora, il nostro vissuto è estremamente breve, come è limitato il pezzo di terra dove si vive, ed è breve anche la più duratura fama preso i posteri, tra l’altro tramandata da generazioni di omuncoli condannati a morire senza nemmeno avere conosciuto se stessi, quindi è perfettamente inutile aspettarsi che siano in grado di comprendere una mente eccelsa. Onde per cui, questi dubbi sono inutili affanni dell’anima che affliggono gli omuncoli disorientati.  Era d’aspetto sgradevole? » Desirée lo guardava sorpresa.

«Che c’entra questo? No, anzi pare che fosse un gran bel figliolo. Certo che definire Amleto un omuncolo disorientato è il colmo. È il tormento, il dramma dell’esistenza umana…», adesso Malus la guardava più perplesso che mai, quelli erano turbamenti che avrebbero potuto venire a lui, rinchiuso in un castello isolato dal resto del mondo, ma non ad un altro principe bello e libero di godersi la vita. Il mondo al di fuori di Nachtfels sembrava veramente strano e questo avrebbe potuto incidere sui suoi piani. Comunque la ragazza con la sua parlantina era una stupefacente fonte d’informazioni.

«E come è finito? » s’informò.

«Con la sua morte». Malus fece una smorfia compiaciuta.

 

Malus I. Tenebricus 12

 

Gli artigli circondarono la gola del Principe della Notte, sembrava volessero stringerla per spezzarla, affondare nella sua carne, veloci, spietate, una frazione di secondo per finirlo, si fermarono seguendo nervosi per alcuni istanti la giugulare che palpitava lenta e inconsapevole.

«È tutto sbagliato» lasciarono la presa e la figura scura si ritirò silenziosa nelle tenebre dalle quali era uscita.

 

Lo scoccare delle ore

Quando Desirée si svegliò, capì che era mattino solo dall’ora segnata dal suo orologio da polso, le dieci. Durante la notte qualcuno doveva essere entrato nella stanza, poiché i suoi abiti, completamente asciutti e accuratamente ripiegati, erano poggiati su una poltroncina vicino allo specchio, accanto allo zaino e alla torcia elettrica, che funzionava nuovamente.

«Dove ha messo il mio bel vestito? » si chiese.

Lo ritrovò appeso nell’armadio insieme con altri abiti dai colori e stoffe più varie, rimase a lungo ad ammirarli rapita. Abiti simili li aveva visti solo in televisione, alle sfilate di moda e nei film in costume, affascinanti souvenir di una femminilità troppo scomoda. Averli tra le mani peró era tutt’altra cosa, le stoffe erano talmente morbide e delicate al tatto da provocare sensazioni del tutto nuove, così infine non seppe fare a meno d’indossar­li.

Per ultimo provò un abito di velluto rosso fuoco con lo strascico, attillato con lunghe mani­che a zampa d’elefante. Si rimirò nello specchio, divertita dalla sembianza che le conferiva l’abito.

«Da casta colomba a mangiatrice d’uomini», disse con un accenno d’impertinenza, gettò indietro i capelli che le ricaddero folti sulle spalle come se fossero diven­tati anch’ essi di fuoco, li ammirò con orgoglio girando lentamente su se stessa. Ancora una volta il gioco si trasformò in realtà, quando tornò a fissare lo specchio, lo sguardo era divenuto torvo e la fronte cor­rugata.

“ Chissà qual è la mia vera es­senza” Gli occhi si fissarono fiammanti nello specchio, cercando di carpire oltre all’immagine riflessa qualcosa di se stessi, di leggere nella propria anima, ma poi ripensando a quando vi aveva sostenuto lo sguardo del Principe della Notte, si accesero di un sorriso amaro.

“ Per fortuna gli specchi riflettono soltanto una par­venza, nemmeno l’immagine reale, solo ciò che noi vo­gliamo che sia. Gli uomini vedono anch’ essi solo ciò che può mostrare uno spec­chio” Accarezzò lo specchio, poi chinato il capo borbottò a voce sommessa “ In fondo è quanto noi stessi vogliamo vedere “.

Volse le spalle a quell’immagine poco gradita di sé e si tolse l’abito, troppo scomodo nella sua aderenza al corpo, indossandone uno di seta verde smeraldo con delicati ricami d’oro, attillato nel corpetto ma molto ampio nella gonna, commentando la scelta con.

«Se carnevale deve essere…»

 

Malus I. Tenebricus, 11.

nazgul2.jpg

Aveva pensato che affrontare una ragazza non sarebbe stato un problema e invece quei dialoghi avevano scatenato in lui un mare di emozioni che non aveva nemmeno sospettato di avere.

 

Le vecchie mura del castello avevano tremato, quando lei aveva pronun­ciato il suo nome, violando senza saperlo una maledizione.

Prese in mano il calice d’oro luccicante di gemme che la guardia gli porgeva, sorseggiò distrattamente il vino che aveva perso ogni sapore, non sarebbe bastato un in­tero mare di vino per fargli dimenti­care di avere udito pochi minuti addie­tro per la prima volta pronunciare il suo nome. Fino ad allora, non si era reso conto di quanto gli fosse pesato il silenzio che lo circondava fin dalla nascita. Il dolore esplose muto nel silenzio che dominava la sala e tutto il castello. Malus non sapeva che si potesse gridare il proprio dolore, restò insilenzio.

Quella sera a quasi trecento anni aveva appreso di essere di bell’aspetto, carino, aveva detto la ragazza. Gli altri ragazzi passano la giovinezza a giocare con i compagni, a inseguire i primi amori, a lui erano toccati il silenzio, la solitudine, il buio eterno. Gli si strinse il cuore a ripensare alla luce radiosa che lei aveva negli occhi, quando lo aveva guardato stupefatta, era più luminosa del riflesso delle perle che aveva tra i capelli, più appagante; quanto aveva dovuto attendere per un sorriso come quello, per avere ciò che altri hanno tutti i giorni.

Soffocando un singhiozzo scaraventò via la coppa. Il clangore metallico si ri­percosse per le immense sale, por­tato lontano dall’eco, intanto la rabbia del Principe della Notte cresceva, sospinta da frasi che non cessavano di ripetersi nella sua mente ” Quanti anni hai? ” e ancora “Malus”. Quanti anni d’assoluto silenzio aveva vissuto il suo giovane cuore? Il blu della notte nei suoi occhi assunse il colore del sangue dei nemici e la forza dell’odio. Le tenebre della notte coprirono le stelle, dentro e fuori il castello si spanse l’oscurità, come una nube malefica si allungò sul mare agitato, insensibile alla forza del vento, servo della maledizione che improgionava il Principe della Notte.

Desirée, invece, era rimasta un attimo a fissare intimorita la porta, poi aveva girato su di sé rimirandosi nello splendido abito, ripensando allo sguardo deciso e pericoloso del Principe della Notte, sorrise guardandosi nello specchio, rifletteva le fiamme del camino, pur non avendo le scarpette adatte e l’abito troppo lungo, stese le braccia mettendosi in posa e accenò pochi passi della “morte del cigno”.

La stanchezza però era tanta, così si tolse l’abito dei so­gni, lo depose con cura sulla sedia accanto al letto e si coricò, rimanendo a guardare semiaddor­mentata le fiamme ondeggianti nel camino, che sembrano danzare per lei una danza esotica.

“ È davvero tanto carino, forse è addirittura il più bello che io abbia mai visto, sarebbe l’ideale per una gara con Sophie, tanto non è mai riuscita a battermi», sorridendo maliziosamente strinse stancamente il pugno della mano, come se vi volesse imprigionare il cuore del Principe. «Chi sei tu che nel buio della notte osi inciampare nei miei pensieri più segreti? » insieme al sorriso le palpebre si chiudessero e scivolò in un profondo sonno.

Anche gli occhi del Principe della Notte alla fine dovettero cedere, non alla stanchezza o all’ora tarda, bensì al troppo alcool bevuto nel vano tentativo di soffocare il dolore esploso così intenso ed inatteso. La coppa d’oro gli cadde di mano rotolando via sul pavimento. Le ore scorsero tristi in quel luogo, dove non c’era niente che potesse marcare il loro passaggio, il giorno era uguale alla notte, solo le stelle ruotavano lentissime in cielo segnando il passo dei secoli.

Dal buio uscì un artiglio scuro, sfiorò il collo di Malus, ne seguì lentamente la curvatura, si spostò sul volto ancora rigato di lacrime, le raccolse e si soffermò a osservarle alla tenue luce delle stelle, quasi invisibili eppure pregne di dolore, impalpabili come la libertà.

 

Malus I. Tenebricus, 10.

«Nel castello vi è una stanza preposta alle attrezzature che misurano i flussi del tempo, comprese le diverse varianti» il tono della voce era nuo­vamente freddo e distante. La guardava dritto negli occhi, le parole erano cordiali, ma il suo volto parlava di disprezzo. «Se lo desiderate, potrete vederla. Domani vi farò visitare il castello, a patto che non facciate altre stupidaggini. Adesso vi prego di perdonarmi, ma ho da fare. Buonanotte Signora». Si voltò per andarsene, aveva appena raggiunto la porta, quando Desirée lo richia­mò.

«Malus», la mano del mago era casualmente appoggiata sulla parete accanto alla porta, trasalì, sentì le mura sussultare al suo nome, come se non fosse accaduto nulla, si voltò, la ragazza era troppo ingenua per potere anche solo intuire ciò che aveva causato.

«Desiderate? » ma non riuscì a nascondere l’astio nella voce. Gli occhi di Desirée, che fino a quel momento erano stati raggianti, si velarono di tristezza, voleva dire qualcosa, ma sembrò mancarle il corag­gio, infine domandò la prima cosa che le venne in mente.

«I mostri non torneranno più? »

«No, non oseranno», rispose deciso. Detto ciò, lasciò la stanza scomparendo nell’oscurità, non aveva biso­gno della luce, sua nemica, per muoversi nello sconfinato intrico di sale e corridoi della fortezza, si diresse a passo veloce verso il cuore del suo regno: la sala del trono dalle slanciate finestre blu, e il soffitto retto da uno straordinario gioco d’archi, sotto il quale rilucevano le stelle del firmamento, come se fossero rimaste imprigionate nell’architettura.

Entrato, si sedette sul freddo trono di pietra e argento.

«Portami da bere», ordinò con rabbia a una silenzio­sa guardia, che s’inchinò e scomparve immediatamente la­sciandolo solo a os­servare la pallida luce delle stelle, senza riuscire a distogliere la mente dalla ragazza e soprattutto dalle sue parole, che, dette con ingenuità, erano state più laceranti di quelle pronunciate nella rabbia.

Malus I. Tenebricus, 9.

«Beh si, ho sempre desiderato un abito di seta bianco naturale, che lasciasse libere le spalle e la schiena, copren­dole in parte con pizzo tra­punto di perle e con una larghis­sima e voluminosa gonna lunga, leggera come un alito. »

«Siete sicura, che non lo vogliate tempestato di gemme della più no­bile fattura? »

«Oh, scusa non si può fare? » Con un altro schiocco di dita, Desirée si ritrovò indosso l’abito dei suoi sogni. Incredula scese piano dal letto, avvicinandosi allo specchio posto poco lontano dal camino. Quando vide riflessa la sua immagine, stentò a credere ai propri oc­chi, non solo l’abito corrispondeva alle aspettative, ma nei capelli, perfettamente asciutti, erano intrecciati nastri di seta e perle. Girò su se stessa rimirandosi nello specchio, facendo risplendere la seta e le perle di fluttuanti riflessi ambrati dalla luce del fuoco, era difficile da credere eppure indossava proprio l’abito che aveva sempre sognato, ed era più bello di come avesse pensato.

Sorrise raggiante al Principe della Notte, che la guardava compiaciuto della propria opera. Adesso anche lei sembrava uscita da una ro­mantica fiaba, una delicata fata. Affondò le mani nelle soffici stoffe e le tirò un po’ istintivamente, volle controllare i piedi e fu quasi sorpresa di non vedere le scarpette da ballerina, si voltò verso lo specchio quasi volesse scorgervi il suo passato, in effetti quell’abito aveva qualcosa del tutù, il Lago dei Cigni non era molto lontano da lei, ma in quella favola al contrario che era diventata da qualche tempo la sua vita, il cigno era lui e le stava davanti sorridente e bello come un sogno di una notte di mezz’estate, pericoloso come un cigno.

«È fantastico come si fa? » domandò cercando di tornare alle realtà.

«Non è molto difficile, ma troppo complesso da spie­garsi a chi è ignaro di magia».

Desirée, non fece molto caso alla risposta, era stata una domanda retorica, affascinata dalla propria immagine, si rimirò un’altra volta allo specchio, e fu proprio sullo specchio che i loro occhi s’incontrarono per la prima volta, il Principe della Notte sembrava condividere la sua opinione, lo sguardo non era più ostile, aveva occhi grandi, sorridenti, però non si capiva se stesse ammirando lei o la propria magia.

«Quanti anni hai? » Gli domandò improvvisamente Desirée, staccando lo sguardo da lui.

«Perché? »

«Non si capisce bene, sembri molto giovane e carino». Il Principe della Notte alzò con indifferenza le spalle.

«Perché avrei dovuto contare gli anni? In questo luogo non si di­stingue il giorno dalla notte. Non accade mai niente». Desirée si voltò verso di lui perplessa.

«Vuoi dire che non t’importa sapere quanti anni hai? » effettivamente non sembrava interessato all’argomento.

Malus I. Tenebricus, 8.

 

«Perdonatemi, ho dimenticato che i vostri abiti sono completa­mente bagnati. Vi aiuto a cambiarvi. »

 

Istintivamente Desirée si strinse addosso i vestiti, provo­cando una ri­satina divertita del Principe della Notte.

«Io non sono un comune mortale, non ho biso­gno di usare le mani per compiere un’azione talmente ordinaria», schioccò le dita e Desirée si trovò improvvisamente indosso un abito di raso grigio dai bordi ricamati d’argento, foderato di morbidissima pelliccia della stes­sa to­nalità.

Incredula Desirée richiuse gli occhi, notando che la testa le girava ancora un po’, quando li riaprì indossava ancora lo stesso stupendo vestito, non era stata un’illusione. Di­nanzi al letto sostava un’ombra recante un vassoio con una be­vanda fumante.

«Vi prego di berla, mia Signora, vi farà stare meglio, non cela in sé alcun inganno», la rassicurò il Principe della Notte cercando di sembrare cordiale, pur non fidandosi troppo, senza fare altre obiezioni Desirée accettò di bere, sentendosi immediatamente più in forze.

«Come hai fatto? » domandò, sedendosi stancamente sul letto in modo da potersi vedere meglio. Il Principe della Notte studiava or­goglioso la propria opera, continuando a massaggiarsi la spalla.

«Erano di vostro gradimento i mostri? Sono opera mia, mentre gli uomini ombra, sono il mio popolo, come pure gli Alp e gli altri esseri che si aggirano per il castello», Desirée si voltò verso di lui stupita.

«Quello che usciva dal muro era un Alp, un incubo-vampiro? Abbastanza insignificante me li immaginavo peggio, molto peggio».

«Il loro aspetto è irrilevante, perché il peggio, come lo chiamate voi, lo provocano nella vostra immaginazione, si può morire di paura, impazzire per un incubo, non riuscire più a distinguere tra realtà e sogno, o meglio follia; vi succhiano la vita e quanto di gradevole possa esserci in questa, e per quanto riguarda i mostri? »

«Repellenti, però da un punto di vista stretta­mente tecnico lasciano a desiderare: sono alquanto banali.» Il Principe della Notte alzò le spalle incurante della critica.

«Comunque spero che almeno l’abito sia di vostro gradimento, altrimenti posso variare».

«Si può anche scegliere?» Domandò Desirée guardan­dolo stupita con gra

ndi, innocenti occhi chiari.

Il principe sorrise soddisfatto, la ragazza non aveva proprio idea della portata delle sue arti magiche e volle impressionarla.

«Desiderate qualcosa di diverso? Vi premetto, che la mia magia non conosce limiti, è in grado di realizzare qualsiasi sogno la mente umana sia in grado di immaginare.»

Desirée lo guardava sospettosa, temendo che si stesse prendendo gioco di lei, non aveva ancora capito d’essere la prima persona alla quale il Princi­pe della Notte poteva mostrare le proprie capacità, però il sorriso del principe le fece dimenticare ogni timore.

 

Malus I. Tenebricus, 7.

 

Desirée era ancora semicosciente, si sentiva completamente sfinita, il calore della stanza non riusciva a darle conforto, continuava a sentire freddo. Girò la testa, il senso di vertigine aumentò, riuscì a mala pena a mettere a fuoco la figura del Principe della Notte.

 

«Quando siete caduta, affinché potessi soccorrervi ho dovuto trasformarmi nel primo volatile che mi è venuto in mente. È una magia che esercito di sovente. Gli uccelli sono l’artifi­cio che mi riesce meglio. Tuttavia devo confessare di non essermi mai tuffato prima in acqua, sincera­mente non avevo alcuna idea di come si facesse ad uscirne. Credo di essermi lievemente slogato la spalla» le spiegò il Principe della Notte vedendo che aveva ripreso conoscenza. Sorri­deva imbarazzato per l’incidente, con una mano scostò la frangetta, che gli ricadeva sulla fronte fino all’al­tezza degli occhi, prima Desirée non l’aveva notata, per­ché la portava pettinata indietro nascosta tra i capelli scuri come le tenebre e dai riflessi dei fulmini della notte di cui era signore.

 

Lo osservò meglio, i lineamenti erano scuri e decisi, la pelle luminosa, diafana del colore della Luna. Il volto era glabro, pur essendo marcatamente maschile, aveva una tale finezza nei lineamenti da avvicinarsi alla bellezza femminile. Le spalle erano larghe, il fisico atletico e slanciato, i movimenti erano eleganti, garbati come la stessa persona, eppure nell’insieme esprimeva una grande forza. Era lui la fonte della luce che aveva visto sott’acqua. Cosa aveva realmente visto sott’acqua?

 

«Come vi sentite Signora? » domandò ve­dendola tre­mare, Desirée non rispose, cercava ancora di capire quanto accaduto. Osservava stancamente la stanza in cui era stata portata, tanto diversa da quanto aveva visto fino allora nel castello: era ricolma di pizzi e veli in tonalità pastel­lo, evidente tentativo di conferire al vano un tono femminile, o quantomeno consono a gusti più gentili, non le piaceva. L’attenzione tornò sul Principe della Notte stesso. “A guardarlo meglio, non è altro che uno stu­pendo giocattolo, perfetto per miei gusti. Che stupida sono stata a non accorgermene prima, dove ero con la testa?” In effetti, il sorriso imbarazzato del Principe della Notte aveva qualcosa di tenero ed al contempo molto sensuale, forse era sincero. Desirée socchiuse gli occhi sognandolo suo per pochi istanti. Dall’esterno quel gesto dovette sembrare un nuovo segno di malessere, perché il Principe le disse.

 

Malus I. La Vecchia Osteria, 9.

 

« No, ma riuscendo a trasporre questa caratteristica su un programma normale si potrebbero fare soldi a palate. Un computer che funziona senza corrente è sempli­cemente fantastico », esclamò Sophie venendo ad appurare di persona. « Bellissimo! »

« Ma non riesci a pensare ad altro che ai soldi? », chiese sinceramente sconfortata Desirée, che invece aveva a cuore le sorti del proprio pc.

« Desy, sei sicura che in que­sta confusione non ci sia ancora una qualche presa inserita? » Domandò perplessa Gaby.

    « Credi che non sappia nemmeno quante prese ci so­no nella mia stanza? Qualcuno sa che cazzo significa quella maledetta parola, almeno la smettesse di lampeggiare! Mi snerva, maledizione! ».

« Il fatto che ti sia arrabbiata non giustifica un linguaggio simile, né tanto meno la perdita dell’autocontrollo » le fece elegantemente notare Sophie.

« Se ha distrutto il programma e i dati, sono sei mesi di lavoro che vanno a farsi fottere, posso ricominciare a scrivere la tesi da capo, non so se mi sono spiegata. E tanto per capirci in una circostanza simile io non mi modero per niente, e uso il peggior linguaggio da caserma che conosco. Chiaro? »

« Usa la testa invece e cerchiamo di capire che cosa sta succedendo » le suggerì Sophie restando calma, così Desirée si risedette al computer brontolando parolacce varie.

« Assurdo, devo mettermi a un computer che in teoria do­vrebbe essere spento, che faccio? »

« Non saprei, prova a ridigitare la parola ».

« E’ questo il cosetto per fare par­lare il computer? », e senza attendere una risposta, Gaby pre­mette l’interruttore degli altoparlanti, ed il computer cominciò a ripetere con voce metallica e di­storta la parola.

Desirée intanto aveva inserito lo strano nome e imme­diatamente con gran sollievo delle ragazze la scritta scomparve e lo schermo divenne completamente nero.

« Perché continua a ripetere quella parola invece di starsi zitto, ora che è sparito tutto? », domandò giustamente Gaby alle altre due, che scrutavano sospettose il monitor, dove intanto erano apparsi due piccoli puntini rossi che andavano ingrandendosi. Il computer aveva smesso di sillabare la strana parola, adesso formulava intere frasi con voce sempre meno elettronica e artefatta, sempre più possente.

 

Malus I. La Vecchia Osteria 8.

 

«Senti Desirée, hai mai fatto vedere a Sophie le foto di quando eri Punk? »Sophie scosse decisamente la testa facendo volare per l’aria i suoi curatissimi riccioli biondi, imitata con più garbo da Desirée che si limitò a dire.

«Mi davo una bella ripulita prima di andare a danza, erano fatti miei quello che ero, non avrebbero capito». E aprì un cassetto traendone una foto, che porse senza troppo entusiasmo a Sophie.

«E tu quale saresti? » domandò lei non riuscendo a riconoscere l’amica tra i tre truci individui raffigurati sulla foto, poi la riconobbe sotto il pesante trucco sbavato: era quella col tutù nero che sembrava avere incontrato un gatto impazzito e la pesante giacca di pelle. Esclamò.

«Quella col tutu », Gaby scoppiò a ridere, stava per dire qualcosa ma un grido di Desirée interruppe la conversazione.

«Un virus! Te l’avevo detto », esclamò Sophie scat­tando a sedere per vedere cosa stesse accadendo.

Dal Monitor era scomparso tutto e al centro lampeggia­va una strana scritta rossa: “Uhtfloga”. Desirée fissava a denti stretti con estremo odio lo schermo, quasi stesse ringhiando.

«Ditemi che non è vero! » L’incidente sembrava avere strappato Desirée dal suo consueto torpore.

«Il bello di questi giochetti è che più uno tenta di eli­minarli, più gli facilita l’ingresso in altri sistemi. Pensa Desirée, molto probabilmente in quest’istante si sta diffon­dendo a incredibile velocità, distruggendo tutti i dati della memoria centrale, tutto il tuo faticoso lavoro. Il frutto dei tuoi lunghi ed estenuanti studi, il tuo futuro, e tutto il resto possibile e immaginabile » commentò con fare melodrammatico Sophie potandosi le mani al voluminoso petto, ma l’amica la fulminò con un’occhiataccia.

«Hai finito!», mentre tramite la tastiera tentava di spengere il computer «Maledizione, non si spegne », con rabbia pre­mette l’interruttore, senza ottene­re un risultato migliore.

«Si è bloccato », constatò seccata « Gaby stacca la presa, è vicina a te ».

«Non credo che risolverai molto spegnendo, dato che è ap­parso sullo schermo, molto probabilmente il virus avrà già contaminato il disco fisso », osservò Sophie divenuta infine se­ria.

«Gaby, si può sapere quanto ci metti a staccare quella maledetta presa? »,imprecò Desirée.

«Veramente… io ho già staccato tutto quello che si po­teva staccare, anche la radio ».

Desirée non le credette e si arrabbiò ancora di più, si chinò sotto il tavolo per controllare, poi fissò stupita le altre due.

«Dite, vi risulta che sia stato inventato un virus capace di fare fun­zionare un computer senza corrente? ».

 

Malus I. La Vecchia Osteria, 4.

« Ciao Desirée. Guarda: ho il calendario completo degli avvenimenti culturali dell’estate! » proruppe Sophie, l’altra si alzò con un radioso sorriso e l’abbracciò, dicendo subito dopo.

« Ciao Sophie, ti spiace se finisco un attimo? »

« No, figurati! Io intanto inserisco i miei impegni sociali, così sapete fin dall’inizio la mia disponibilità ».

« Si vede che stiamo invecchiando, diventa sempre più difficile fare coincidere il nostro tempo libero, siamo donne impegnate ormai », ironizzò l’amica, ma non scalfì lo snobismo di Sophie.

« Ma quale vecchiaia, io sono sempre stata socialmente impegnatissima fin da bambina ». L’altra le lanciò un’occhiata di sincera commiserazione ripensando alle scorribande giovanili e alla totale libertà di cui aveva goduto da bambina, era stata un maschiaccio e in qualche modo si vedeva ancora, per questo precisò con un certo orgoglio.

« Io invece sono sempre riuscita a scansare gl’impegni, l’unica cosa che non sono riuscita ad evitare è stata la scuola, impari presto che non si può avere tutto nella vita ».

« Tesoro, ma che hai fatto ai capelli? » Constatò in quel momento Sophie osservandola meglio.

« Niente, un esperimento venuto un po’ male », minimizzò l’altra, Sophie preferì non approfondire di che genere di esperimento si fosse trattato e tornò al futile.

« Ti piace questo smalto? È in tinta con l’abito, esattamente due tonalità più chiare, un capolavoro». Desi­rée diede un’occhiata di sfuggita allo smalto sorridendo in segno d’assenso e a bassa voce continuando a fare scorrere le dita sulla tastiera si complimentò.

« Bel colore, mi piace. Gli smaltini blu mi sono finiti, devo ricomprarli. Quest’anno ci sono delle tonalità violacee straordinarie », intanto con aria leggermente indispettita guardava il monitor.

Sophie, distratta da una rivista d’alta moda, si sdraiò comodamente sul letto di Desirée.

« Qualcosa non va? Ti ho fatto sbagliare? ».

« No, no, tu non c’entri. È tutta la mattina che si comporta in modo un po’ sospetto ».

« Se continui a crackare programmi ovunque, prima o poi ti ritrovi con un bel virus tipo aids o una bella denuncia, a seconda della sfiga. Quelli della Finanza però in genere sono carini, almeno ci sarebbe un lato positivo nella cosa », rifletté un attimo, forse era più probabile che la finanza un giorno si sarebbe presentata da lei, scosse la testa, meglio la moda del fisco.