Malus l’innovativo romanzo Fantasy… scarica gratis

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Malus un romanzo fantasy profondo, di qualità,originale e divertente. scaricalo finché è gratis!
Non ci credi perché i fantasy in genere sono roba da poco, senza spessore? Leggi … è gratis
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Nuova recensione a Malus di N.Latteri Scholten

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Recensione a Malus romanzo fantasy di N.Latteri Scholten.

…è un romanzo che non può essere riassunto o raccontato, ma va letto e riletto.

…Il male di cui si racconta, protagonista indiscusso insieme a Malus, non è facile da cogliere, perché la parte diabolica si cela, ma può anche apparire intelligente: il potere e la forza affascinano, possono ingannare e confondere le carte. A un certo punto non sarà più facile avere chiaro chi sia il cattivo e chi il buono, né quale forza vincerà…

http://www.recensionelibro.it/malus-n-latteri-scholten

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Malus di N.Latteri Scholten il nuovo fantasy italiano

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Un fantasy rivoluzionario che rompe col passato per aprire a nuovi orizzonti. Di ambientazione nord europea ma profondamente ancorato all’antica cultura italiana, Malus e un romanzo insolito, coinvolgente e poetico, che combina insieme umorismo e dramma, dove Bene e Male si scontrano nel buio di una fortezza ai confini del mondo, in un duello senza esclusioni di colpi, giocandosi il tutto per tutto e come per incanto il Fantasy diventa ribellione alle leggi dell’universo.

 

Leggi e commenta i primi capitoli gratis:http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=1034024

 

 

MALUS I. Il messaggio 2 (i primi capitoli)

 

Malus, fantasy, romanzo, libro,

Cosa poteva avere mutato l’acqua sorgiva in sangue? Percosse con forza il suolo col lungo bastone magico, pronunciando un contro incantesimo, ma non cambiò niente, se avesse usato un comune manico di scopa, avrebbe sortito lo stesso effetto; aveva la sgradevole sensazione che la sua magia non avesse alcun potere di fronte a quello scempio e fosse divenuta semplicemente inutile. Con che cosa aveva a che fare? Quella domanda lo inquietava più dello stesso sangue.

Brandendo il bastone, sua unica arma contro quell’oscuro maleficio, si chinò cautamente sulla sorgente nelle cui acque così spesso aveva spiato gli avvenimenti del mondo, non riuscì nemmeno a vedere la propria immagine riflessa. Difficile specchiarsi nel sangue se si ha il cuore puro. L’unica cosa che poté carpire a quella linfa venefica fu un urlo distorto dalla lontananza, ripetuto più volte.

«Uhtfolga, Uhtfloga» era la lontana eco della voce di un demone che gridava nell’oscurità.  Tradotto nella nostra lingua significa qualcosa come “colui che vola nella penombra” e proseguiva biascicando un oscuro indovinello.

«Volavit volucer sine plumis, sedit in arbore sine foliis… conscendit illam sine pedibus, assavit illum sine igne…».

Attese trattenendo il respiro. La voce riprese più confusa, lontana.

«Nox iam appetit… redit…» più chiaramente riuscì a distinguere «…Occidere… ». Gilduin tremò mentre lo sentiva dire « Nocte intermissa est… ».

L’angoscia si fece largo nel cuore di Gilduin, in che modo le forze demoniache potevano essere riuscite a contaminare a tal punto la sorgente incantata? Di quale straordinaria forza disponevano per riuscirci? Chi erano? Pensò d’andare a consultare i suoi libri, uscì sgomento e rimase impietrito da ciò che si trovò dinanzi: gli alberi avevano perso tutte le foglie, non vi era più un filo d’erba su tutta la collina. Era come se la morte contenuta in quella voce malefica, avesse impregnato le radici delle Querce Sacre, qualcosa stava nascostamente avvelenando il nostro mondo. Le querce lo avevano recepito.

Il vento adesso sollevava gli steli secchi che erano stati erba e lambiva i sassi. A memoria d’uomo non era successo niente di simile. La natura sembrava moribonda, quello era un infausto presagio di morte, se non proprio la morte stessa. Per la prima volta in vita sua Gilduin si fece prendere dal panico, si agirò inquieto tra i rovi secchi, pregando, urlando formule magiche e percotendo il suolo col bastone magico, usò tutti gli artifici a lui noti per salvare questo luogo sacro, ma non servì a nulla. La collina si era trasformata in un’altura scarna, sembrava che la vita non l’avesse mai toccata.

Alcune ore dopo, quando Gilduin era ormai in preda alla disperazione e prossimo alla rassegnazione, il fenomeno della voce si ripeté, la seconda volta, però non fu un urlo, ma un impercettibile sussurro che canterellava l’antico indovinello.

 «Volavit volucer sine plumis, sedit in arbore sine foliis…. Conscendit illam sine pedibus, assavit illum sine igne…»  e poi ripeté tutto di nuovo.

Gilduin si precipitò verso la fonte urlando «Chi sei?».

L’indovinello si ripeté e poi come un timido balbettio aggiunse: «Penumbra». Al vecchio vate sembrò quasi di cogliere una lontana risatina, poi tutto svanì nel silenzio.

 La collina si ricoprì nuovamente d’erba e fiori, gli alberi germogliarono drizzando le maestose chiome al cielo e gli uccelli ripresero a cinguettare e svolazzare giocosi come se niente fosse accaduto. La natura risplendeva superba e spavalda mostrando all’uomo ciò che non era in grado di capire.

MALUS I. Secondo capitolo: Il messaggio

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Fu proprio il vecchio Gilduin, il primo a capire che stava per accadere qualcosa di infausto.

A quei tempi era il custode del santuario delle Quattro Querce, uno dei cuori pulsanti del nostro mondo.

Il santuario delle Quattro Querce non fu eretto da mano umana, almeno è ciò che ci piace credere. Fu un prodigio della stessa natura a far nascere queste imponenti querce ai bordi della collina in corrispondenza dei punti cardinali, creando in tal modo un luogo di rara magia.

L’Antico Popolo, che abitava queste terre prima di noi, veniva qui per adorare questi giganteschi alberi come divinità, li chiamavano i germogli di Yggdrasill che regge i nove mondi, asse del nostro universo. Non escludono però che questo posto possa essere ben più antico, alcuni dicono risalga al tempo dei costruttori dei cerchi di pietre, un popolo di cui abbiamo perfino dimenticato il nome, altri ancora lo riconducono agli stessi Wanen, gli Dei. Le Querce Sacre ormai sono le uniche custodi della verità.

Qui è come se tutti gli esseri viventi, comprese le piante, avessero un’anima che reagisce agli avvenimenti del Mondo degli Uomini, cambiando colore, specie vegetale e intensità, secondo ciò che turba o allieta la nostra grande Madre Terra, perciò quello che altrove sono le stagioni, qui sono le vicende del mondo, le sue gioie e i suoi dolori.

 La carica di custode è di grande prestigio, ed è molto ambita dai venerandi saggi, perché ricoprirla significa essere a diretto contatto con la Madre Terra ed i suoi più intimi segreti. È un compito nel quale durante i secoli si sono succeduti alcuni tra i più illustri maghi, è molto arduo da ottenere, poiché è elettivo, ma non sono gli uomini a scegliere, bensì il santuario stesso ricoprendosi di gigli bianchi quando il prescelto lo calpesta, quindi per gli ambiziosi è perfettamente inutile affannarsi per ottenerlo, gli è irraggiungibile. Il vecchio Gilduin, però, non era mai stato ambizioso, era un puro di cuore ed amava sinceramente il santuario.

Seduto davanti alla casa del custode, seminascosta tra le gigantesche radici della quercia Sud, il saggio Gilduin fumava tranquillamente la lunga pipa e si godeva la mattina osservando da lontano i contadini che si recavano alla fiera seguendo il sentiero in fondo alla valle. 

Il vecchio vate era un po’ pensieroso, negli ultimi giorni sul prato erano più volte apparse delle misteriose rose bianche, appena aveva cercato di toccarle, si erano dolcemente chiuse ed erano svanite nel nulla, era un evento anomalo che lo aveva incuriosito.

Stava ancora rimuginando sul fenomeno, quando inaspettatamente vide l’intera collina ricoprirsi di rose, ma questa volta erano rosse come il sangue. Gilduin sorpreso, emise un lungo sbuffo di fumo, non era mai accaduto che un unico genere di fiori coprisse l’intera collina, per giunta di quel colore… prese a soffiare un vento caldo, fastidioso, gli seccava la gola, mise via la pipa e si alzò, non gli piaceva: il vento si era levato improvviso, era giunto insieme alle rose.

Impensierito, si diresse alla quercia Ovest, che nel tronco cavo cela una piccola sorgente d’acqua incantata, forse lì avrebbe trovato una risposta. Un breve tragitto che si rivelò fastidiosamente scomodo, i ramoscelli spinosi s’impigliavano nelle vesti, come se lunghe mani artigliate tentassero di trattenerlo impedendogli di camminare. Strappando via i vestiti dai rovi, Gilduin sempre più nervoso si fece largo fino alla quercia, entrato nel tronco cavo, al riparo dal vento caldo, vide con sgomento che la sorgente era rossa di sangue. Immobile davanti a quello scempio, cercò di ricordare se avesse sentito o letto di qualcosa del genere verificatasi in passato, ma non gli venne in mente niente. Di fronte a lui, in quello che era stato il suo posto preferito, c’era solo una pozza rossa, si chinò e annusò il liquido pastoso, era realmente sangue, gli venne la pelle d’oca.

 

Malus. I primi capitoli

11.jpgCiao a tutti i gentili viandanti che visitano il nostro blog.

Tra poco uscirà la nuova edizione di Malus molto rivista e aggiornata, per questo abbiamo deciso di ripubblicare i primi capitoli, che sono un po’ cambiati, anche perchè il nostro autore non sa stare con le mani ferme!

Ti cambia la vita e nemmeno te ne accorgi…

tenetevi forte tra poco arriviamo.

MALUS. L’inizio. Capitolo primo

Il racconto del giullare

 

Chi è costui, vi chiederete voi. Ecco, mi presento: sono un giullare e quanti mi conoscono, credo, siano pronti a giurare che sono pazzo. Folle, nel vano tentativo di sfidare la magia col solo ausi­lio dell’intelletto. Sognatore, perché credo nella grandezza dell’uomo. Male­detto, perché non affido le mie speranze a un raggio di Sole. Dannato, perché ho cercato di cancellare i colori dell’arcobaleno, lasciando solo il rosso del sangue. Il mio sangue sulle mie mani. Eppure, vi fu un tempo lontano in cui fui principe, figlio di grandi re, in se­guito impugnai la spada come bandito, ma le mie armi preferite furon e saranno le parole, messaggere della mia più intima essenza che è sempre stata un’anima di giullare.

Da questa collina verdeggiante vedo le foglie tremare al sottile respiro del vento e mi torna in mente soave il suono dei flauti, dei liuti, della mia amata arpa, spensierato sottofondo delle corti principesche, eppure ogni volta che vorrei d’abbandonarmi ai ricordi, irrompe il fragore scellerato dei campi di battaglia, lo sguardo spietato dei condottieri con i pugni insanguinati stretti sulle spade, ed è inutile negarlo, io ero tra loro.

 A quest’ora i fianchi della collina si tingono d’oro, e i tanti fiori che li ricoprono assumono tinte calde, madide di vita, sento il loro profumo abbracciarmi, quasi a volere diventare la mia linfa, ma non è che un’illusione… . Così, come se volessi rispondere ad un muto richiamo, ogni sera vengo a sedermi sotto questa quercia, rivolto a nord, col cuore proteso verso i confini settentrionali del nostro mondo, verso funesto Niflar, il Paese delle Nebbie, che divide la Terra degli Uomini, dei vivi, il Midgard, dal mondo dei morti, l’Hell. Guardo in lontananza sperando di potere vedere la bruma scivolare fina tra i boschi, venirmi incontro, cercando me, figlio del Paese delle Nebbie. Ballavo, cantavo, scherzavo, ma il mio cuore era dominato dalla nebbia, non c’era piacere umano che potesse dissolverla, allontanarla da me. Già perché all’epoca non volevo ammettere nemmeno questo: la mia natura elfica e non umana.

Alcune saghe evanescenti c’identificano con gli elfi neri, ma nelle notti d’inverno, quando la bruma arriva a sfiorare le cime scure degli abeti, il vento canta il nostro antico nome: eravamo i Nibelunghi, adesso siamo pochi errabondi senza terra e un passato che non è altro che una confusa leggenda nella stessa legenda.

Ed io, solitario principe di una stirpe maledetta, artefice della propria tragedia, detentrice di allettanti tesori che tante rovine generarono, cosa spero di potere intravedere nascosto dietro la nebbia? Un amore disperato, i miei crimini, la mia rabbia?

Forse vi sto raccontando questa storia, perché penso che sia giunto il momento di tornare indietro nella parte più buia del mio passato e confrontarmi con ciò che più temo: me stesso; riaprendo cicatrici che il tempo non può sigillare e il cuore non ha la forza di sfuggire. Sembrerebbe non avere senso, eppure solo così, forse, riuscirò a ritrovare la mia anima di giullare, persa nelle nebbie dell’odio, essa stessa tenue ombra, nebbia tra le nebbie.

MAlus I. Lo scoccare delle ore, 4.

 

Il Principe della Notte, indossava un lungo abito di seta blu scuro trapunto con piccoli zaffiri, se­deva ad uno scrittoio po­sto quasi di rimpetto alla porta, vedendola entrare si alzò per salutarla.

«Buongiorno mia Signora. Spero abbiate dormito bene e vi siate ri­presa dallo spavento ».

«Sì, grazie» rispose Desirée chinando il capo timidamente. «Sono venuta per ringraziarti per quanto hai fatto per me ieri sera. Ti devo la vita…». Glaciale come al solito il Principe della Notte non rispose immediatamente, solo dopo un po’ disse.

«Non dovete ringraziarmi, sapete benissimo che non l’ho fatto per il vostro bene. Piuttosto sono io a dovervi chiedere umilmente perdono per non avervi accolto fin dall’inizio nel modo dovuto, esponendovi alla famelicità dei mostri. Il mio è stato un comportamento poco nobile che non trova giustificazione alcuna. Non potrei disprezzare i vostri an­tenati per avermi condannato prima ancora che nascessi, se io stesso agissi in modo simile nei vostri con­fronti».

«Io non ti avrei mai condannato, sei tanto carino», rispose lei con fare accentuatamente imbarazzato e civettuolo, guardandolo con grandi occhi chiari e sbattendo le lunghe ciglia, ma quest’ultima osservazione non piacque molto al Principe della Notte che, infastidito dai modi leziosi, si rimise a sedere contrariato, ripensando all’odio che lo aveva pervaso la notte prima. Sapeva che avrebbe dovuto allontanarla, ma la lunga solitudine aveva raggiunto un peso insopportabile. Faceva persino fatica ad articolare le parole, non avendo mai parlato ad alta voce con alcuno, l’unica cosa che aveva pronunciato erano formule magiche, e quando lei parlava troppo velocemente, aveva qualche difficoltà a capirla. Pur essendo un nemico, era qualcuno con cui parlare, non avrebbe ricevuto risposte scontate come dagli Alp; inoltre il pensiero che lo inquietava maggiormente era che una volta fuggito da Tenebricus avrebbe dovuto confrontarsi con altri regnanti e condottieri anche verbalmente, pertanto decise di intrattenersi con lei, tanto più che aveva letto che parlare con le donne è più difficile essendo prive di ogni logica e buon senso, quindi era un ottimo allenamento, così rispose secco.

«Di cosa parlavate con i mostri?» Domandò distrattamente tanto per fare conversazione.

«Di un antico dilemma», rispose con non curanza Desirée, intanto studiava le spalle di Malus, pensando “ Larghe, possenti, peccato che sia un po’ magro, ma gli dona, se ci fosse Sophie sarebbe una sfida fantastica” poi scotendosi dai suoi pensieri, aggiunse citando Amleto.

«Essere o non essere, questo è il problema».

«E perché? » domandò incuriosito Malus, smettendo di scrivere ed appoggiandosi allo schie­nale per poterla osservare più comodamente.

«Come sarebbe a dire, perché? »

«Sì, perché? Posso farvi notare mia Signora, che giacché siete viva, se ne può logicamente desumere che esistiate di già, quindi la vostra domanda è del tutto su­perflua». Quello era sicuramente un ottimo allenamento, ma gli venne un dubbio. «Non starete per caso insinuando, che non ho ben capito il senso della domanda? » Questo non gli piaceva.

«Esattamente», rispose Desirée sorridendo spavaldamente a Malus, il quale adesso la guardava con fin troppa attenzione, rispondendole altero.

«Signora, vi prego, questi sono dubbi che riguardino il comune volgo ed in quanto tali non mi tangono. Un intelletto veramente superiore è capace d’abbracciare col pensiero tutto il tempo e tutta la sostanza. Spero che questa risposta vi soddisfi maggiormente, perché non ho alcuna intenzione di dilungarmi in ulteriori e superflui deliri mentali». Aveva passato secoli a leggere i classici del pensiero delle migliori menti dei nove mondi, pertanto non gli mancavano certo le armi intellettuali per sconfiggere una ragazza proveniente da un mondo superficiale e vuoto, che infatti gli aveva già messo il broncio borbottando.

«Oltre ad essere maligno, sei anche associale». La ragazza era imprevedibile.

 

Malus I. Lo scoccare delle ore, 3

 

«L’altro giorno abbiamo detto ad alcuni di noi di an­dare in uno scantinato a prendere il carbone, li abbiamo chiusi dentro, non c’era il carbone, ma l’acqua che saliva sempre più e sono annegati».

«Ah, ecco chi è stato» disse uno dietro di lui, men­tre altri gli fa­cevano da spalla.

«Non siete annegati? »

«Capo, forse era la bassa marea quella che veniva…», suggerì con fare col­pevole un altro, poco prima di essere aggredito da un compagno. Ne nac­que una piccola rissa i cui partecipanti rotolarono giù da delle scale, dove i colpevoli avevano cercato di scappare, gli altri rimasero un at­ti­mo ad osservarli, continuando poi tranquillamente il loro camino. Ogni tanto si vedeva apparire un Alp, ma spariva subito dopo, sembravano avere ricevuto l’ordine di tenersi alla larga, inoltre la mancanza di reazioni da parte di Desirée li avviliva.

«Se volete fare davvero i cattivi, perché non vi mangiate il vostro pa­drone, sarebbe una cattiveria senza pari, divorare il padrone, non c´è niente di più cattivo». Il tentativo di sobillazione non riuscì molto bene, i mostri la guar­darono scandalizzati.

«Queste sono cose che non si pensano nemmeno.»

«No, no.» Aggiunsero gli altri preoccupati.

«Ma si può sapere da che postaccio vieni, per avere idee del genere? » Desirée non si arrese e insistette.

«Ma come fate ad essere cattivi, se obbedite cie­camente al vostro pa­drone, io pensavo che per essere davve­ro malvagi, bisognasse essere contro ogni cosa.»

«Solo se non fa male».

«Farsi male è contro la nostra etica».

«Lui davvero cattivo».

«Di conseguenza può fare male, molto male».

«E io? Secondo voi sono cattiva ?»

«Buona, con le patatine e la salvia».

«Anche l’alloro non ci starebbe male».

Le scale erano finite, erano in un ampio corridoio, la guardia che li precedeva aveva aperto una porta dalla quale filtrava uno spiraglio di luce, entrando Desirée si rese conto di trovarsi nella stessa stanza della sera precedente. I mostri rimasero ri­spettosamente all’esterno. Vista con animo sereno la camera era ac­cogliente, piccola e straripante di libri, che ricoprivano ogni superficie piana disponibile, fatta eccezione per una roccia sulla quale poggiava la sfera di cristallo.