Malus I. Il messaggio, 2.

Il vecchio vate era un po’ pensieroso, nei giorni scorsi sul prato erano più volte comparse delle misteriose rose bianche, appena aveva cercato di toccarle, si erano dolcemente chiuse ed erano scomparse, il ché costituiva un evento anomalo che lo aveva incuriosito.

Stava ancora rimuginando sul fenomeno, quando inaspettatamente vide l’intera collina ricoprirsi nuovamente di rose, ma questa volta erano rosse come il sangue. Gilduin sorpreso, emise un lungo sbuffo di fumo, non era mai accaduto che un unico genere di fiori coprisse l’intera collina, per giunta di quel colore… Prese a soffiare un vento caldo, era fastidioso gli seccava la gola, mise via la pipa e si alzò, non gli piaceva: il vento si era levato improvviso insieme alle rose.

Preoccupato, Gilduin passò tra le rose per raggiungere la quercia Ovest, che nel tronco cavo celava una piccola fonte d’acqua incantata. I ramoscelli spinosi s’impigliavano nelle vesti, come se lunghe mani artigliate tentassero di trattenerlo, strappando via i vestiti dai rovi, Gilduin sempre più nervoso si fece largo tra gli arbusti e quando ebbe finalmente raggiunto la quercia entrando nel tronco cavo, al riparo dal vento caldo, vide con sgomento che la sorgente era rossa di sangue, ebbe un brivido. Immobile davanti a quello scempio cercò di ricordare se avesse sentito narrare di qualcosa del genere verificatasi in passato, ma non gli venne in mente niente. Di fronte a sé, in quello che era stato il suo posto preferito, c’era solo una pozza rossa, si chinò e annusò il liquido pastoso, era realmente sangue.

 

Cosa poteva avere cambiato l’acqua pura in sangue? Percosse con forza il suolo col suo bastone da druido, pronunciando un contro incantesimo, ma non cambiò niente, se avesse usato un comune manico di scopa sarebbe stata la stessa cosa; aveva la sgradevole sensazione che la sua magia nei confronti di quel fenomeno non sortisse alcun effetto, fosse semplicemente impotente. Con che cosa aveva a che fare? Quella domanda lo inquietava più dello stesso sangue.

fantasy / Malus, I. Il racconto del giullare.

 

Chi è costui, vi chiederete voi, ecco mi presento: sono un giullare e quanti mi conoscono credo siano pronti a giurare che sono pazzo.

Folle, nel vano tentativo di sfidare la magia col solo ausi­lio dell’intelletto. Sognatore, perché credo nella grandezza dell’uomo. Male­detto, perché non affido le mie speranze a un raggio di Sole. Dannato, perché ho cercato di cancellare i colori dell’arcobaleno lasciando solo il rosso del sangue. Il mio sangue sulle mie mani. Eppure, vi fu un tempo lontano in cui fui principe, figlio di grandi re, in se­guito divenni guerriero, ma le mie armi preferite furon e saranno le parole, messaggere della mia intima essenza che è sempre stata un’anima di giullare.

Da questa collina verdeggiante guardo le foglie degli alberi vibrare al fresco respiro del vento e mi torna in mente il suono dei flauti, dei liuti, della mia amata arpa, spensierato sottofondo delle chiassose feste delle nobili corti, eppure ogni volta che cerco d’abbandonarmi ai ricordi piacevoli, irrompe il fragore scellerato dei campi di battaglia, lo sguardo spietato dei condottieri con i pugni insanguinati stretti sulle spade, ed è inutile negarlo, io ero tra loro.

 Vedo i fianchi della collina dorarsi nella quiete del tramonto, le miriadi di fiori che la ricoprono assumere tinte calde, madide di vita, sento il loro profumo abbracciarmi con forza come a volere diventare la mia stessa linfa vitale; nonostante ciò… ogni sera mi ritrovo qui, seduto sotto questa maestosa quercia, rivolto a nord col cuore proteso verso i confini settentrionali di questo mondo, verso funesto Niflar, il Paese delle Nebbie, che divide la terra degli uomini, dei vivi, il Midgard, dal mondo dei morti, l’Hel. Scorgo in lontananza la bruma scivolare sottile tra gli alti boschi venirmi incontro cercando me, figlio del Paese delle Nebbie che non mi hanno abbandonato; ballavo, cantavo, scherzavo, ma il mio cuore era dominato dalla nebbia, non c’era piacere umano che potesse dissolverla, allontanarla da me, già perché allora non volevo ammettere nemmeno questo: la mia natura elfica e non umana.

Alcune evanescenti saghe c’identificano con gli elfi neri, ma nelle notti d’inverno, quando la bruma arriva a coprire le cime degli abeti, il vento canta il nostro antico nome: eravamo i Nibelunghi, adesso siamo pochi errabondi senza terra e un passato che non sia una confusa leggenda nella stessa legenda.