Malus I. Tenebricus, 11.

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Aveva pensato che affrontare una ragazza non sarebbe stato un problema e invece quei dialoghi avevano scatenato in lui un mare di emozioni che non aveva nemmeno sospettato di avere.

 

Le vecchie mura del castello avevano tremato, quando lei aveva pronun­ciato il suo nome, violando senza saperlo una maledizione.

Prese in mano il calice d’oro luccicante di gemme che la guardia gli porgeva, sorseggiò distrattamente il vino che aveva perso ogni sapore, non sarebbe bastato un in­tero mare di vino per fargli dimenti­care di avere udito pochi minuti addie­tro per la prima volta pronunciare il suo nome. Fino ad allora, non si era reso conto di quanto gli fosse pesato il silenzio che lo circondava fin dalla nascita. Il dolore esplose muto nel silenzio che dominava la sala e tutto il castello. Malus non sapeva che si potesse gridare il proprio dolore, restò insilenzio.

Quella sera a quasi trecento anni aveva appreso di essere di bell’aspetto, carino, aveva detto la ragazza. Gli altri ragazzi passano la giovinezza a giocare con i compagni, a inseguire i primi amori, a lui erano toccati il silenzio, la solitudine, il buio eterno. Gli si strinse il cuore a ripensare alla luce radiosa che lei aveva negli occhi, quando lo aveva guardato stupefatta, era più luminosa del riflesso delle perle che aveva tra i capelli, più appagante; quanto aveva dovuto attendere per un sorriso come quello, per avere ciò che altri hanno tutti i giorni.

Soffocando un singhiozzo scaraventò via la coppa. Il clangore metallico si ri­percosse per le immense sale, por­tato lontano dall’eco, intanto la rabbia del Principe della Notte cresceva, sospinta da frasi che non cessavano di ripetersi nella sua mente ” Quanti anni hai? ” e ancora “Malus”. Quanti anni d’assoluto silenzio aveva vissuto il suo giovane cuore? Il blu della notte nei suoi occhi assunse il colore del sangue dei nemici e la forza dell’odio. Le tenebre della notte coprirono le stelle, dentro e fuori il castello si spanse l’oscurità, come una nube malefica si allungò sul mare agitato, insensibile alla forza del vento, servo della maledizione che improgionava il Principe della Notte.

Desirée, invece, era rimasta un attimo a fissare intimorita la porta, poi aveva girato su di sé rimirandosi nello splendido abito, ripensando allo sguardo deciso e pericoloso del Principe della Notte, sorrise guardandosi nello specchio, rifletteva le fiamme del camino, pur non avendo le scarpette adatte e l’abito troppo lungo, stese le braccia mettendosi in posa e accenò pochi passi della “morte del cigno”.

La stanchezza però era tanta, così si tolse l’abito dei so­gni, lo depose con cura sulla sedia accanto al letto e si coricò, rimanendo a guardare semiaddor­mentata le fiamme ondeggianti nel camino, che sembrano danzare per lei una danza esotica.

“ È davvero tanto carino, forse è addirittura il più bello che io abbia mai visto, sarebbe l’ideale per una gara con Sophie, tanto non è mai riuscita a battermi», sorridendo maliziosamente strinse stancamente il pugno della mano, come se vi volesse imprigionare il cuore del Principe. «Chi sei tu che nel buio della notte osi inciampare nei miei pensieri più segreti? » insieme al sorriso le palpebre si chiudessero e scivolò in un profondo sonno.

Anche gli occhi del Principe della Notte alla fine dovettero cedere, non alla stanchezza o all’ora tarda, bensì al troppo alcool bevuto nel vano tentativo di soffocare il dolore esploso così intenso ed inatteso. La coppa d’oro gli cadde di mano rotolando via sul pavimento. Le ore scorsero tristi in quel luogo, dove non c’era niente che potesse marcare il loro passaggio, il giorno era uguale alla notte, solo le stelle ruotavano lentissime in cielo segnando il passo dei secoli.

Dal buio uscì un artiglio scuro, sfiorò il collo di Malus, ne seguì lentamente la curvatura, si spostò sul volto ancora rigato di lacrime, le raccolse e si soffermò a osservarle alla tenue luce delle stelle, quasi invisibili eppure pregne di dolore, impalpabili come la libertà.

 

Malus I. Tenebricus, 10.

«Nel castello vi è una stanza preposta alle attrezzature che misurano i flussi del tempo, comprese le diverse varianti» il tono della voce era nuo­vamente freddo e distante. La guardava dritto negli occhi, le parole erano cordiali, ma il suo volto parlava di disprezzo. «Se lo desiderate, potrete vederla. Domani vi farò visitare il castello, a patto che non facciate altre stupidaggini. Adesso vi prego di perdonarmi, ma ho da fare. Buonanotte Signora». Si voltò per andarsene, aveva appena raggiunto la porta, quando Desirée lo richia­mò.

«Malus», la mano del mago era casualmente appoggiata sulla parete accanto alla porta, trasalì, sentì le mura sussultare al suo nome, come se non fosse accaduto nulla, si voltò, la ragazza era troppo ingenua per potere anche solo intuire ciò che aveva causato.

«Desiderate? » ma non riuscì a nascondere l’astio nella voce. Gli occhi di Desirée, che fino a quel momento erano stati raggianti, si velarono di tristezza, voleva dire qualcosa, ma sembrò mancarle il corag­gio, infine domandò la prima cosa che le venne in mente.

«I mostri non torneranno più? »

«No, non oseranno», rispose deciso. Detto ciò, lasciò la stanza scomparendo nell’oscurità, non aveva biso­gno della luce, sua nemica, per muoversi nello sconfinato intrico di sale e corridoi della fortezza, si diresse a passo veloce verso il cuore del suo regno: la sala del trono dalle slanciate finestre blu, e il soffitto retto da uno straordinario gioco d’archi, sotto il quale rilucevano le stelle del firmamento, come se fossero rimaste imprigionate nell’architettura.

Entrato, si sedette sul freddo trono di pietra e argento.

«Portami da bere», ordinò con rabbia a una silenzio­sa guardia, che s’inchinò e scomparve immediatamente la­sciandolo solo a os­servare la pallida luce delle stelle, senza riuscire a distogliere la mente dalla ragazza e soprattutto dalle sue parole, che, dette con ingenuità, erano state più laceranti di quelle pronunciate nella rabbia.

Malus I. Tenebricus, 8.

 

«Perdonatemi, ho dimenticato che i vostri abiti sono completa­mente bagnati. Vi aiuto a cambiarvi. »

 

Istintivamente Desirée si strinse addosso i vestiti, provo­cando una ri­satina divertita del Principe della Notte.

«Io non sono un comune mortale, non ho biso­gno di usare le mani per compiere un’azione talmente ordinaria», schioccò le dita e Desirée si trovò improvvisamente indosso un abito di raso grigio dai bordi ricamati d’argento, foderato di morbidissima pelliccia della stes­sa to­nalità.

Incredula Desirée richiuse gli occhi, notando che la testa le girava ancora un po’, quando li riaprì indossava ancora lo stesso stupendo vestito, non era stata un’illusione. Di­nanzi al letto sostava un’ombra recante un vassoio con una be­vanda fumante.

«Vi prego di berla, mia Signora, vi farà stare meglio, non cela in sé alcun inganno», la rassicurò il Principe della Notte cercando di sembrare cordiale, pur non fidandosi troppo, senza fare altre obiezioni Desirée accettò di bere, sentendosi immediatamente più in forze.

«Come hai fatto? » domandò, sedendosi stancamente sul letto in modo da potersi vedere meglio. Il Principe della Notte studiava or­goglioso la propria opera, continuando a massaggiarsi la spalla.

«Erano di vostro gradimento i mostri? Sono opera mia, mentre gli uomini ombra, sono il mio popolo, come pure gli Alp e gli altri esseri che si aggirano per il castello», Desirée si voltò verso di lui stupita.

«Quello che usciva dal muro era un Alp, un incubo-vampiro? Abbastanza insignificante me li immaginavo peggio, molto peggio».

«Il loro aspetto è irrilevante, perché il peggio, come lo chiamate voi, lo provocano nella vostra immaginazione, si può morire di paura, impazzire per un incubo, non riuscire più a distinguere tra realtà e sogno, o meglio follia; vi succhiano la vita e quanto di gradevole possa esserci in questa, e per quanto riguarda i mostri? »

«Repellenti, però da un punto di vista stretta­mente tecnico lasciano a desiderare: sono alquanto banali.» Il Principe della Notte alzò le spalle incurante della critica.

«Comunque spero che almeno l’abito sia di vostro gradimento, altrimenti posso variare».

«Si può anche scegliere?» Domandò Desirée guardan­dolo stupita con gra

ndi, innocenti occhi chiari.

Il principe sorrise soddisfatto, la ragazza non aveva proprio idea della portata delle sue arti magiche e volle impressionarla.

«Desiderate qualcosa di diverso? Vi premetto, che la mia magia non conosce limiti, è in grado di realizzare qualsiasi sogno la mente umana sia in grado di immaginare.»

Desirée lo guardava sospettosa, temendo che si stesse prendendo gioco di lei, non aveva ancora capito d’essere la prima persona alla quale il Princi­pe della Notte poteva mostrare le proprie capacità, però il sorriso del principe le fece dimenticare ogni timore.

 

Malus I. Tenebricus, 7.

 

Desirée era ancora semicosciente, si sentiva completamente sfinita, il calore della stanza non riusciva a darle conforto, continuava a sentire freddo. Girò la testa, il senso di vertigine aumentò, riuscì a mala pena a mettere a fuoco la figura del Principe della Notte.

 

«Quando siete caduta, affinché potessi soccorrervi ho dovuto trasformarmi nel primo volatile che mi è venuto in mente. È una magia che esercito di sovente. Gli uccelli sono l’artifi­cio che mi riesce meglio. Tuttavia devo confessare di non essermi mai tuffato prima in acqua, sincera­mente non avevo alcuna idea di come si facesse ad uscirne. Credo di essermi lievemente slogato la spalla» le spiegò il Principe della Notte vedendo che aveva ripreso conoscenza. Sorri­deva imbarazzato per l’incidente, con una mano scostò la frangetta, che gli ricadeva sulla fronte fino all’al­tezza degli occhi, prima Desirée non l’aveva notata, per­ché la portava pettinata indietro nascosta tra i capelli scuri come le tenebre e dai riflessi dei fulmini della notte di cui era signore.

 

Lo osservò meglio, i lineamenti erano scuri e decisi, la pelle luminosa, diafana del colore della Luna. Il volto era glabro, pur essendo marcatamente maschile, aveva una tale finezza nei lineamenti da avvicinarsi alla bellezza femminile. Le spalle erano larghe, il fisico atletico e slanciato, i movimenti erano eleganti, garbati come la stessa persona, eppure nell’insieme esprimeva una grande forza. Era lui la fonte della luce che aveva visto sott’acqua. Cosa aveva realmente visto sott’acqua?

 

«Come vi sentite Signora? » domandò ve­dendola tre­mare, Desirée non rispose, cercava ancora di capire quanto accaduto. Osservava stancamente la stanza in cui era stata portata, tanto diversa da quanto aveva visto fino allora nel castello: era ricolma di pizzi e veli in tonalità pastel­lo, evidente tentativo di conferire al vano un tono femminile, o quantomeno consono a gusti più gentili, non le piaceva. L’attenzione tornò sul Principe della Notte stesso. “A guardarlo meglio, non è altro che uno stu­pendo giocattolo, perfetto per miei gusti. Che stupida sono stata a non accorgermene prima, dove ero con la testa?” In effetti, il sorriso imbarazzato del Principe della Notte aveva qualcosa di tenero ed al contempo molto sensuale, forse era sincero. Desirée socchiuse gli occhi sognandolo suo per pochi istanti. Dall’esterno quel gesto dovette sembrare un nuovo segno di malessere, perché il Principe le disse.

 

Malus. Tenebricus, 6.

 

«Ma non dire stupidaggini, al tuo padrone servo viva ».

«Vieni qua bella bambina, dai vieni», rispose sibilando la disgustosa creatura  continuando ad avvicinarsi pericolosamente.

Desirée si mosse in modo da potere tornare indietro, ma proprio in quel momento qualcosa di terrificante la toccò, aveva accanto l’essere che usciva dal buio, ebbe un sussulto di paura incontrollato che le fece perdere l’equilibrio e prima ancora di rendersene conto, cadde nel vuoto precipitando lungo le pareti lisce del castello.

Prima di sprofondare tra le onde, riuscì a respirare l’aria pungente, fu come se nella sua mente avesse brillato per un attimo la luce dei ghiacci del Nord allontanando il buio di Tenebricus che le era entrato dentro, vide distintamente il bagliore sfavillante avvicinarsi. La forza dell’impatto scoordinato con l’acqua e la spinta verso il basso le provocarono un intenso dolore, che per un attimo la riportò nel mondo spaventoso dal quale era appena riuscita a fuggire, mentre sprofondava verso il basso, le sembrò di vedere una luce avvicinarsi dall’alto, non era un’illusione, era bellissima; incuriosita cercò di raggiungerla, dopo poche bracciate ebbe l’impressione di veni­re agguantata da un gigantesco orco, che la strinse con una terribile morsa, quasi la volesse spezzare in due.

Qualcosa o qualcuno l’aveva realmente afferrata, la stringeva in modo insopportabile e si dimenava nell’acqua, infine con un colpo secco e per lei doloroso, riuscì ad uscire dall’acqua. Solo allora, Desirée si rese conto che una gigantesca aquila marina l’aveva stretta tra gli artigli, e con un possente colpo d’ali, uscita dall’acqua, si stava faticosamente alzando verso Tenebricus, salì fino a raggiungere le guglie più alte del castello, lo sorvolò interamente, posandosi infine su di una torre nel versante opposto, dove già la attendevano schierati i guerrieri ombra.

L’aquila, deposta Desirée semisvenuta sul pavimento, batté le ali e con un grido agghiacciante si trasformò nel Principe della Notte. L’uomo fece un cenno ai guerrieri, i quali sollevarono la ragazza e la portarono all’interno della torre in una graziosa camera riccamente arredata. La distesero su un soffice letto a baldacchino, mentre Principe della Notte, si appoggiò al camino acceso per asciugarsi massaggiandosi indolenzito la spalla.

Malus I. Tenebricus,5

ECCOCI!!! FINALMENTE SIAMO ARRIVATI!

 

«Adesso ho bisogno di un posto, dove potere pensare con calma» si guardò attorno.

Uno schianto la fece trasalire, un’imposta sbatteva poco distante. Senza riflettere a lungo raggiunse la finestra più vi­cina, si affacciò, sotto si vedeva solo il mare, s’issò sul davanzale e come previsto poco più in basso scorreva un corni­cione, che seguiva il percorso delle mura fino a piegare verso l’esterno per girare intorno ad una torre. Si calò sul cornicione, lo seguì fino al punto più lontano dalle finestre, da dove avrebbero potuto scorgerla gli inseguitori.

Il cornicione era abbastanza largo da permetterle di se­dersi comoda­mente, guardò impaurita verso il basso dove in profon­dità s’infrangeva il mare. Il fragore delle onde si perdeva assorbito dall’impressionante altezza, la spuma dei cavalloni era ridotta a un tenue luccichio, era abituata alla scogliera, ma questo era più impressionante.

«Non avrei mai pensato di ridurmi alla classica cretina che scappa per il castello inseguita dai mostri. Nella vita ce n’è sempre una nuova», constatò una volta seduta, cercando di riprendere fiato. Temendo di cadere, per sicurezza si appoggiò alla parete e alzò gli occhi al cielo, che le appariva sede d’irraggiun­gibile serenità, inaccessibile agli uomini e intat­to nella sua purezza, lontano dal Male ma in quel momento di sconforto anche dal Bene. Un rumore la richiamò alla realtà, si voltò, un piccolo mostro rivoltante dalla pelle grigia e grinzosa si era arrampi­cato sul cornicione e si stava avvicinando strisciando a quattro zampe.

«Mancavano soltanto i Greemlins, pussa via! »

«Non sono quello che hai detto».

«Un Goblin? » azzardò Desirée, dato che si trovava in un mondo fantastico, quello schifo di creatura doveva pure avere un nome.

«Nemmeno quello. Io ti mangio», le rispose il mostro, muovendo nervo­samente la lunga coda da ratto cosparsa di lunghi acu­lei. La guardava con piccoli occhi gialli da rettile, dalle fauci aperte colava una lunga scia di bava verdastra e fuoriusciva un odore nauseante. Desirée si alzò sostenendosi alla parete, diede una rapida occhiata al cielo cercando qualcosa che non riuscì a vedere.

 

 

Malus I. Tenebricus, 4.

 

«Senza offesa, ma la vostra vista mi è esecrabile», concluse il Principe, con un gesto della mano ordinò ai guerrieri ombra di condurla via.

«Ma vedi d’andare a farti f…» stava per ribattere, ma le guardie l’avevano già afferrata per un braccio e la stavano trascinando via, dandole solo il tempo di gridare.

«Bastardo dentro e fuori!  Figlio di…», la porta si chiuse alle loro spalle.

Più che spaventata, era avvilita, aveva capito di trovarsi in pericolo, pur non comprendendo bene quanto, cercava freneticamente una soluzione, un qualcosa che potesse aiutata a sfuggire da quella situazione decisamente pazzesca, doveva pensare con calma.

Avevano lasciato la stanza del mago e si accingevano a scendere una larga scala a chiocciola. Desirée camminava piano trascinando riluttante i piedi, ma era sveglia come non mai, attese che il guerriero ombra che la prece­deva scendesse i primi gradini, e gli fece lo sgambetto al piede che stava sollevando facendogli perdere l’equilibrio. Sgusciò via, sfuggendo alla guardia che le stava dietro, che colta di sorpresa non era riuscita a reagire prontamente. Riattraversò di corsa il vano circolare, che avevano appena passato, scomparendo in un corridoio adiacente, non aveva pensato di potere essere tanto veloce.

La sua velocità aumentò considerevolmente quando, voltatasi, si rese conto di non essere inseguita solo dai guerrieri ombra, ma anche da piccoli e orripilanti mostriciattoli color cadavere con lunghe zanne giallastre.

Il corridoio sboccava in un’elegante scalinata, che portava in un’ampia sala debolmente illuminata, le sembrò una promettente via di fuga, ma proprio in quell’istante una figura alta con un largo capello, che sembrava non avere volto ma mille, le volteggiò davanti, parve sfiorarle la gola con la punta delle dita e scomparire nuovamente nell’oscurità delle pareti dalle quali era uscita, sussurrando lasciva «Bella». Era raggelante, per un attimo Desirée si sentì girare la testa, soffocare, cadde preda del panico e cominciò a correre come in un disperato incubo verso la pallida luce che intravedeva alla fine del corridoio. Raggiunse la scala, la scese, giunta, però a metà rampa, si accorse che gli insegui­tori si erano fermati, voltatasi un attimo indietro, ne capì subito il motivo, come nei peggiori incubi la scala su cui si trovava prese a sgretolarsi progressivamente, sprofondando in una voragi­ne sottostante da dove le gridava contro senza voce l’inquietante creatura di poco prima. Dopo il primo istante di sconcerto, Desirée saltò sulla ba­lau­stra e, come aveva fatto tante volte da bambina, scivolò giù lungo il corrimano. Una volta sotto, però, non seppe trattenersi dal fare un gesto poco gentile, ma molto esplicativo, all’indirizzo dei suoi inseguitori.

«Tiè! Brutti schifosi», e scappò via, lungo l’ennesimo corridoio senza sapere dove stesse correndo. Dopo un po’ si fermò e si guardò intorno cercando di capire quale fosse la migliore via di fuga, scelta difficile dato che non sapeva da che parte sareb­bero giunti i prossimi guerrieri ombra, poiché quelli che aveva appena seminato non erano certa­mente gli unici, ancora più inquietante era la creatura che usciva dal buio.

 

Malus I. Segreti in cantina, 13

«Come avete fatto finora? »

«Furbizia. Siamo sempre riusciti a far credere d’essere qualcun altro, per fortuna Russi e Americani non si parlano molto».

«Più che furbi, siamo fortunati», puntualizzò Desirée.

«Dichiarate le verità, gli ideali non c’entrano niente, qui se lo sono tenuto semplicemente perché piace», concluse Sophie, le altre due ammiccarono con un sorriso.

Ferme sulla banchina ammirarono il loro U-Boot, sperando in cuor loro che la fortuna non le avrebbe abbandonate e che come l’ultimo esemplare di una rara specie animale, il loro lupo grigio sarebbe riuscito a sfuggire all’uomo moderno e a salvarsi dal gelo della guerra fredda ancora in atto.

 

Tempo due giorni come promesso Gaby era riuscita a decifrare parte del testo e ad individuare una parola che sembrava essere il toponimo di un luogo non molto distante dalla loro cittadina, così decisero di andarlo ad ispezionare al più presto.

«Eccoci arrivati, con la macchina non possiamo andare oltre», disse Sophie, accostando lo spiderino ai bordi della strada in terra battuta. Gaby era seduta dietro insieme a Falstaff, le braccia incrociate sul petto per sottolineare il malumore che il broncio sembrava non esprimere a sufficienza.

«Mi è perfettamente chiaro, che una volta scoperto che nel messaggio è menzionato l’antico nome del mona­stero di Seelamp, voi voleste andarci. La colpa è mia che ve l’ho detto, ma non capisco per­ché questo non potevamo farlo di giorno alla luce del Sole? ».

«Prima avevamo da fare, siamo personcine molto impegnate», controbatté Sophie aprendole la portiera.

«Tra l’altro per quell’essere con gli occhi rossi sembra non esserci molta differenza tra giorno e notte, dato che è venuto a trovarci di mattina. L’unica cosa su cui avrei da ridire io, è che potevamo tirare giù la cappotta, sono appena stata dal parrucchiere e voi sapete quanto detesti andarci», aggiunse Desirée, metten­dosi sulle spalle lo zaino, ma Gaby insisteva.

«Si tratta di una struttura abbandonata e comunque il tuo parrucchiere non è un granché».

«Bella forza, se ci fossero ancora i monaci, complessati come sono, credi che permetterebbero a tre graziose ragazze di venire a curio­sare nel cuore della notte? » Le fece notare Sophie, sbat­tendo la portiera della macchina, esasperata dai discorsi che aveva dovuto ascoltare durante tutto il tragitto e rivolta a Desirée aggiunse «Si risparmia su tutto, ma non sul parrucchiere, sembra che tu odi i tuoi capelli, eppure sono così belli e folti».

«Ma… è abbandonato proprio perché porta male» ribatté Gaby.

«Andiamo, tanto, se la conosco bene, prima che avremo raggiunto il monastero, ci avrà raccontato tutti i fat­tacci ri­guardanti questo posto, in modo da potere condivi­dere con noi la sua paura, ci vuole spaventare. Per il momento l’unica cosa che potrebbe spaventarmi è dovere tornare dal parrucchiere, è un po’ come andare dal dentista» disse scherzosa­mente Desirée, avviandosi lungo la strada che s’inoltrava nel bosco, dove già scorazzava allegramente Falstaff annusando eccitato l’aria della sera. «E comunque quel poveraccio del mio parrucchiere ha fatto quel che poteva, doveva tagliare via tutte le ciocche bruciacchiate».

«Ah, quindi quel taglio non è una cosa voluta?  Meno male, non avevo detto niente temendo che fosse un ritorno al tuo passato» commentò con un sospiro di sollievo Sophie.

Malus I. Segreti in cantina 11.

Nuovamente le dita si mossero sulla tastiera. Le immagini dello schermo ebbero un sussulto e come risucchiate, presero a mostrare a volo d’uccello paesaggi a gran velocità, per terminare in una distesa di ghiaccio che specchiava una luce accecante spegnendosi improvvisamente in un’esplosione di fuoco.

« Bene », un altro tocco e stampò su carta alcune righe.

Nel frattempo erano tornate le altre due.

« È tornato? », domandò Gaby affacciandosi dal basso.

« No, ma ho scoperto che ha lasciato delle tracce nella memoria, sono riuscita a stamparle, però non riesco assolu­tamente a capire di che co­sa si tratti. Aspetta arrivo » disse porgendole il foglio ed apprestandosi a scendere. Gaby prese a studiarlo con grande interesse.

« Sono rune? » domandò Sophie, ma Gaby scosse la testa meditabonda.

« No, una variante depravata dell’alfabeto latino, comun­que dalla co­struzione delle frasi non si direbbe nemmeno una lingua ger­manica, sembrerebbe quasi che qualcuno abbia trascritto in germanico un testo di un’altra lingua, usando questi caratteri abnormi ».

« In altre parole, non c’è speranza ». Lasciando cadere le braccia sconfortata.

« No Sophie, è solo più complesso del previsto, non c’è testo che regga al mio attacco».

« Quanto tempo pensi ti occorrerà per decifrarlo? » s’informò Desirée.

« Domani vado all’università e faccio un salto in biblioteca, forse trovo qualcuno che mi può dare una mano, comunque per capire quello che c’è scritto, senza attendere una traduzione precisa, credo non ci vorranno più di due giorni. »

« E la parola che lampeggiava, non hai idea che significa­to possa avere? », domandò Desirée.

« È proprio quella che mi lascia alquanto perplessa, si tratta di una definizione nordica per indicare i draghi, signi­fica qualcosa di simile a volato­re della penombra o colui che vola nella penombra, Penumbra e curiosamente c’é anche la stessa parola latina, vede qui: Penumbra, scritto a chiare lettere. Spero solo che il re­stante testo non sia nello stesso stile ».

« Un intero testo è sempre meglio di una singola parola, forse riusciamo a fare qualche passo avanti », disse Sophie speranzosa.

« Vuoi vedere come c’immergiamo? » domandò Desirée cambiando argomento.

« No, No, ferme! Non fate scherzi. Posso guardare dal periscopio? Ho sempre sognato di farlo », Desirée ridacchiò.

« Non ti spaventare, per muovere questo coso serve un equipaggio per di più in gamba altrimenti sono guai ».

Malus I. Segreti in cantina, 4.

 

« Ho un altro computer più potente. Certo che gli uomini non sono più quelli di una volta, comincio a pensare che quella del sesso forte sia una leggenda metropolitana » si limitò a dire Desirée, e mentre scendeva i primi gradini in pietra, aggiunse. « L’ultimo chiuda, che c’è corrente ed io di spifferi stasera ne ho presi più del dovuto ».

Sotto la botola si apriva una stretta galleria interamente scavata nella roccia e scarsamente illuminata da vecchie lampadine che penzolavano dalle pareti tenute da vecchi chiodi arrugginiti, scendeva con una leggera ma costante rotazione verso il basso. Durante il tragitto Sophie non fece altro che giurare e rigiurare fedeltà e silenzio eterno, ottenendo in cambio da Gaby solo terribili minacce.

La galleria finiva in un’apertura buia.

« Questo è il mio pozzo, visto da metà altezza », spiegò Desirée, indicando in alto la bocca del pozzo dalla quale filtrava una tenue luce.

Desirée si calò per prima all’interno, poggiando i piedi su di un piccolo rialzo posto più in basso, scese aggrappandosi alle sporgenze della pietra ed a dei perni di ferro inseriti tra i blocchi. Percorso un metro, con un salto scomparve all’interno di una stretta fessura, riapparendo poco dopo, per fare luce alle amiche. Sophie, meno agile, superò il vuoto solo per un pelo, giunta nella seconda galleria ansimante per lo spavento e giustamente indispettita, sbottò « Mi volete dire per quale caspita di motivo sto rischiando la vita? »

« Te lo deve dire lei », sentenziò Desirée.

« Perché io? » domandò Gaby sorpresa.

« Ma, se non me lo dice? » Sophie cominciava a mostrare segni di disperazione.

« Perché è xenofoba ».

« Che faccia tosta! Questo è quando si hanno i sensi di colpa… Io sono per l’amicizia tra i popoli e…» rispose Gaby.

Sophie perse la pazienza e con le braccia appoggiate sui fianchi, dall’alto della sua mole giunonica le intimò.

« O me lo dici, o me lo dici », Gaby sbuffò rassegnata.

« D’accordo, come sai c’è stata la guerra mondiale », ripresero a camminare seguendo la galleria questa volta più ampia.

 Desirée apriva la fila intonando allegramente una canzonaccia pirata.

« Quindici uomini, quindici uomini sulla cassa del morto oh oh oh e una bottiglia di rum. Il vento e il diavolo l’han portata in porto. Oh oh oh e una bottiglia di rum».