Malus I. Segreti in cantina 3

« Scusate, che fate in giardino al buio? »

« Noi? Tu! »

« Ho litigato col mentecatto, o meglio, inizialmente volevo fare una passeggiata romantica tra gli alberi fino alla scogliera, ma abbiamo litigato».

« Guarda, che la scogliera di notte è estremamente pericolosa », Gaby non aveva ben gradito quella sorpresa, Desirée la fissava indispettita, ma per altri motivi.

« Non dirmi, che ti stavi infrattando nel mio giardino? » le domandò a denti stretti, era molto gelosa delle sue cose.

« Giardino! Sono un paio d’ettari.»

« Tu hai casa tua! »

« Qui è più romantico! » Gaby, si era piazzata accanto a Sophie con le braccia incrociate sul petto in segno di sfida e la guardava con estrema diffidenza.

« E perché avreste litigato? »

« Voleva mangiare! ».

« A quest’ora? », Desirée scosse la testa e si voltò proseguendo il cammino interrotto. Intanto Sophie spiegava con voce alterata dall’ira.

« Io gli ho detto, che l’unica categoria d’esseri viventi che mangia a quest’ora, sono i gatti randagi che svuotano i bidoni della spazzatura e che avrebbe potuto unirsi a loro. Quello è stato viziato! Ehi! Ma dove vai? »

« Per l’amor del cielo Gaby, falle giurare tutto quello che vuoi, ma dille dove stiamo andando.». Fu il secco ordine di Desirée, Gaby invece sibilò.

« Tu non ci puoi venire con quell’abbigliamento ». Sophie sollevò l’abito lungo mostrando le scarpe basse, le aveva messe per non sembrare troppo alta accanto al nuovo ragazzo, annodò su un fianco i lembi dell’abito, che in realtà servivano solo da contorno a due vertiginosi spacchi, allargò le braccia con un sorriso, così poteva andare ovunque.

Desirée intanto aveva raggiunto una piccola casetta di legno, che fungeva da ripostiglio degli attrezzi e stava tirando su una pesante botola dal pavimento, mettendo in vista delle strette scale.

« Ancora non mi avete detto dove stiamo andando », disse Sophie raggiungendola di corsa.

Malus I. La Vecchia Osteria, 10.

 

I due punti continuavano ad ingrandirsi assumendo l’aspetto di due occhi rossi che fissavano intensamente le ragazze. Gli occhi erano molto realistici celavano in sé una viva intelligenza, seminascosti dal manto di un uomo incappucciato che stringeva tra le mani un bastone nodoso, non cessavano d’avvicinarsi, tanto che infine lo schermo non poté contenerne che uno solo. La vo­ce non aveva più niente d’elettronico, ma era divenuta rauca e gutturale, talmente alta da rimbombare per tutta la stanza facendo vibrare i vetri. Falstaff con maggiore prontezza di tutti scappò dalla stan­za.

Le ragazze fecero per seguirlo, ma Desirée nel tentativo di allontanarsi più in fretta cadde dalla sedia; però, così com’era venuto, scomparve tutto, lasciandole attonite e im­mobili a fissare il monitor spento. Sophie, aveva già raggiunto la porta, senza essere riuscita a girare la maniglia, non essendosi accorta che il princi­pale impedimento era costituito da Gaby, che nel tentare la fuga era inciampata su Falstaff e aveva fato chiudere la porta sulla quale era caduta.

La prima a riprendersi fu proprio Sophie, che riassettandosi i riccioli farfugliò.

« Che diavolo era? »

« Sarà solo un modo di dire, ma temo che tu ci sia anda­ta vicino », disse con un filo di voce Gaby cercando d’alzarsi, « Ho sentito dire, che ultimamente le sette di magia nera si servono dei computer per i loro sortilegi, forse qualcuno si è sbagliato e l’anima di qualche dannato è venuta a trovare noi, invece che la medium » ma la sua osservazione non piacque per niente a Sophie.

« Che scemenza, adesso ci sarebbero persino i fantasmi nel computer. Voi delle facoltà umanistiche vi fate sugge­stio­nare da ogni diceria. Piuttosto, se trovo l’idiota che ci ha fatto questo scherzetto, giuro che lo rovi­no per sette generazioni a venire ». Rispose Desirée alzandosi.

 

Malus I. La Vecchia Osteria 7.

«Mi ha dato della cafona ».

«Ordinaria, ti ha definito, e non per seminare zizzania ma continua a dirlo. ».

«Ma la storia motorino ha a che fare con lei? » s’informò Sophie.

«Sì, sai » Gaby s’interruppe un attimo per schiarirsi la voce e nascondere la vergogna che quel ricordo le provocava « a scuola c’erano diverse tipe che facevano capo a Ester e si riunivano i gruppetti molto chiusi, vincenti, sembrava che sapessero fare tutto loro. Io all’epoca ero molto affascinata dalla sua combriccola e le chiesi di diventare amiche » Sophie alzò le spalle a significare che la cosa sembrava perfettamente normale, ma Desirée le fece cenno di attendere la fine del racconto, e, infatti « Mi dissero che per diventare dei loro dovevo perdere almeno cinque chili e vestire firmato caso mai potessi permettermelo » Sophie strabuzzò gli occhi, tra le tre era lei la più formosa e bisognosa di perdere chili, volendo, ma Gaby era uno scricciolo.

«A quel punto sono rinsavita, mi sono resa conto che stavo tradendo i nobili ideali dei miei padri… »

«Il comunismo, partigiani » s’intromise Desirée per chiarire la situazione a Sophie.

«E questo solo per diventare amica di quattro stronzette snob vestite da puttanelle ed essere accettata dai loro amichetti celebrolesi », concluse Gaby.

«Che vi credete che si diventa stronzi da un giorno all’altro, c’è chi comincia da piccolo, quelle erano prove generali per futura discriminazione sociale »s’intromise nuovamente Desirée continuando a scrivere al suo pc.

«E allora che hai fatto? » Chiese sinceramente colpita Sophie.

«Le ho dato fuoco al motorino, o meglio ci stavo provando, perché non è così facile come potrebbe sembrare, quando è arrivata lei e mi ha aiutata. Un botto fantastico ».

«I giochetti col fuoco mi sono sempre riusciti molto bene, peccati di gioventù, era prima di diventare tranquilla » commentò orgogliosa Desirée e con un’alzata di spalle aggiunse « D’altronde mio nonno era riuscito ad incendiare l’Atlantico », Gaby la fulminò con lo sguardo e diede di nascosto un calcio alla sedia spingendola a riprendere a scrivere mortificata al suo pc, cambiò prontamente argomento dicendo.

«Non sai come ti invidio Sophie, tu come figlia di un banchiere non avrai avuto di questi problemi ».

«Fesserie, sono cose che succedono a tutti » intervenne nuovamente Desirée, alla quale lo strisciante classismo dell’amica dava fastidio, era la stessa cosa del razzismo: non era bello.

«Altroché » confermò Sophie « Tu pensa che per liberami delle cattiverie di una stronza del genere, ho dovuto fare andare in bancarotta con delle appropriate soffiate il padre, altrimenti mi avrebbe avvelenato la vita, così si sono dovuti trasferire altrove e ho potuto respirare ». Gaby era rimata a bocca aperta, non avrebbe mai pensato che quel genere di tormento esistesse anche nelle scuole dorate dell’alta borghesia, intanto Desirée commentava.

«Comunque io per quella bravata del motorino ho avuto dei problemi con i miei amici, perché le fiamme hanno annerito il super graffito sul muro del motorino, e loro non lo avevano ancora fotografato. Anche quelli erano mezzi scemi, che aspettavano a fotografarlo? »

Malus I. La Vecchia Osteria, 5.

« Questo programma l’ho fatto io, cioè l’ho modificato. Comunque non è questo il pro­blema, quello che mi fa arrabbiare è che i dati elaborati corrispondono solo in parte a quello che vorrei, cosa che non riesco a capire e quando io non riesco a capire una cosa… m’innervosisco ».

« Non ti sprecare a spiegarmela. Non ho mai capito niente di fisica, gli unici calcoli che mi riescono so­no quelli connessi al denaro, in particolar modo quello che mi entra in tasca. Ti ho detto che sono riuscita ad acca­lappiare Jean-Claude? ».

Desirée intanto si era alzata e sporgendosi sopra la scri­vania guardava dall’ampia finestra.

« Bello! Stanno arrivando Gaby e Falstaff! », poi voltandosi verso Sophie, s’informò incuriosita.

« Come hai fatto a strappare il bamboccio a quell’oca d’Ester ».

« Io sono una persona sportiva, tutto qui. Lei invece non è altro che un’oca possessiva, il ché significa che con una rivale del genere non mi sono divertita più di tanto. Sai alle volte ho pensato che sarebbe eccitante una gara tra noi due ». Desirée sorrise divertita immaginandosi la gara.

« Credi che esista un uomo che valga un’amicizia? Finiremmo col litigare, perché a nessuna di noi due piace perdere, inoltre non mi viene in mente nessuno che potremmo giocarci ».

« Già il tuo ultimo passatempo è stato silurato come dici tu. Tesoro dovresti avere più pazienza: bisogna curare una relazione, o almeno fare finta di farlo. Certo che oggi giorno pubblicano degli straccetti importabili, poi tutte queste stronzette anoressiche che si credono belle! Inguardabili, la morte che veste l’ultima moda, alle volte ci si meraviglia che abbiano ancora gli occhi nelle orbite.» A Desirée non sembrò avere dato fastidio l’ironica allusione dell’amica, per cui rispose allegramente.

« Ma per favore, era uno scassapalle senza eguali, adesso fa anche la vittima, dice che gli ho spezzato il cuore, mollusco! ». Sophie scoppiò in una risata argentina e chiuse finalmente la rivista, che in qualche modo non l’aveva soddisfatta.

« Come? Non l’hai aiutato a ritrovare la gioia di vivere e a superare le sue paure e problemi con la tua comprensione e la tua abnegazione? Grazie al vostro amore avreste potuto superare tutte le vicissitudini e ostacoli di questo cattivo e crudele mondo. Non sei andata dove ti porta il cuore! Angelo del focolare che fai non svolazzi? Sarebbe stato così semplice: bastava chiudere intelligenza e dignità in un cassetto e passare il resto dei giorni ad applaudire ogni scemenza che dice l’ebete, com’è che non l’hai fatto? E portandosi al cuore la rivista che teneva ancora in mano mimò i modi delle ragazzine «

Malus, I. La Vecchia Osteria, 2.

Davanti ad un grande schermo a cristalli liquidi, sedeva una ragazza dalla folta chioma scura disordinatamente raccolta sulla nuca da un vecchio mollettone a forma di farfalla con tanti sbrilucichini colorati, che si affrettò a fare sparire per evitare imbarazzanti commenti da parte dell’amica sofisticata. La sua bellezza acqua e sapone non era prorompente, i lineamenti erano delicati e regolari, si sarebbe detto un volto comune, se non fosse stato per gli straordinari occhi grigio-blu dalla luce intensa sui quali le lunghe ciglia gettavano un’intrigante ombra. Nel complesso aveva un aspetto normale un po’ trasandato: alta, vestiva con semplicità, vecchi jeans e un maglioncino slabbrato viola.

 Le due ragazze erano amiche da tempo, si erano conosciute alla scuola di danza, dove erano state mandate Desirée per ingentilire i modi da maschiaccio e Sophie per semplice convenzione sociale, una aveva scelto danza classica, l’altra moderna. Sophie però ben presto si era resa conto che il detto “Il tempo è denaro” non è solo un modo di dire, ma la pura realtà, e la danza le sembrò oltre che una perdita di tempo anche di denaro, così ancora prima di raggiungere la maggiore età concentrò i suoi interessi sull’azienda di famiglia: la banca, promettendosi di diventare uno dei più giovani e promettenti banchieri che la sua famiglia avesse sfornato negl’ultimi tre secoli di attività, lasciando la danza era subito aumentata di qualche chilo, ma era cresciuto in modo esponenziale anche il suo conto in banca.

In modo simile aveva smesso anche Desirée, probabilmente influenzata dall’amica. Il distacco era stato più graduale, ma simile, era cominciato con l’esclusione dal saggio perché troppo alta, per consolarla il nonno l’aveva portata con sé in mare, risvegliando così tutt’altri interessi, finché un giorno si era accorta che c’erano cose che l’affascinavano di più come la fisica e l’ingegneria navale, e così accadde che l’armonia dell’universo prendesse il posto degli accordi musicali e gli scritti di Einstein sostituissero Tchaikowsky e le eteree nuvole di tulle che l’avevano accompagnata fino ad allora

Del comune sogno della danza non era rimasta che una grande foto in bianco e nero in cui Desirée non sembrava nemmeno lei, e non a caso era stata la madre ad appenderla. A Sophie quella foto piaceva molto, perché le ricordava una frase detta dall’ amica in un momento di malumore: “ Come ragazza ti affacci al mondo in punta di piedi con abiti candidi, poi però ti accorgi che devi comprarti gli scarponi chiodati e prendere il mondo a calci in culo se vuoi sopravvivere”, condivideva a pieno quell’impostazione, anche se agli scarponi preferiva uno stuolo di avvocati strapagato: fanno più danno. Probabilmente entrambe non erano riuscite a perdonare al mondo di averle fatte smettere di danzare.

Malus I. La vecchia osteria 1.

 

“ A noi non è lecito commettere lo stesso errore degli uomini: non possiamo interferire con la Natura, per questo è necessario mandare avanti Penumbra, affinché liberi gli uomini dalla loro stessa follia. Interverremo solo in caso estremo” guardò i cinque prescelti che aveva dinanzi: Adranos l’indomabile per il quale batteva il suo vecchio cuore; Moros il possente dal corpo verde scuro, che da solo poteva sostituire un esercito di draghi; Nyx silenziosa e nera come un serpente, nell’impresa avrebbe portato le inseparabili e letali figlie, Lachesis, Atropos e Klotho; Enyo nervosa e famelica, che a stento riusciva a tenere fermo il guizzante corpo bronzeo dai mille riflessi metallici emessi dalle armi in battaglia ed infine Erebos anch’egli scuro, ma incorporeo, come l’oltretomba da cui proveniva, era difficile capire dove avesse inizio o termine.

Tages chiuse gli occhi e con un sottile alito di fuoco li congedò.

 

 

La Vecchia Osteria.

 

Nel frattempo in un misterioso mondo molto lontano dal nostro, in un luogo chiamato Normandia, era una bellissima giornata primaverile inondata di Sole e traboccante di fiori dai colori più svariati.

Una scattante decappottabile rosso fuoco risaliva spedita la stradina che si snodava serpeggiando lungo il fianco della collina cosparsa di graziosi villini bifamiliari.

La vettura si fermò in fondo alla strada senza uscita davanti ad un pittoresco edificio, che sembrava sopportare con stoica rassegnazione il peso dei secoli. Abeti altrettanto vecchi lo sovrastavano proteggendolo dal vento freddo proveniente dal vicino mare che si apriva immenso oltre il dorso della collina.

 

Malus I. Il messaggio 6.

“ C’è molta irrequietudine. I nostri hanno percepito l’accaduto. Sono turbati a causa di ciò che gli stolti uomini stanno per fare ancora una volta“. Tutti ascoltavano la sua voce senza parole, che parlava al cuore. Sbirciò Adranos dagli occhi semichiusi.

“Persino tu: l’indomabile, sei venuto” Adranos ritrasse il capo in segno d’imbarazzo, ma ebbe l’ardire di domandare quel che tutti volevano sapere e che era causa di tanta irrequietudine.

“ Gli uomini stanno distruggendo il mondo, creano orrori su orrori. La nostra antica Madre Terra è in lutto” il vecchio rispose.

“ Ho percepito una novità tempo addietro, era da molto che aspettavamo, le menti protese verso la nuova scintilla. Ho udito da lontano i suoi primi palpiti ed il mio stanco cuore ha esultato, ho udito il suo vagito e la mia anima ha ripreso a volare. Noi anziani abbiamo scelto il suo nome: sarà Penumbra, perché tra luce e tenebre volerà, immune ad entrambe, affinché ci riporti ciò che è stato rubato dagli uomini. Nostra Madre ci offe una possibilità. La nascita di Penumbra era stata prevista… da tempo lontano, ed è giunta nel momento più opportuno”, alitò una pallida nube di fumo verso Adranos.

“ Tu sarai il suo tutore, suo maestro e sua ombra. Hai ucciso molti uomini, ne conosci la malvagia insidia, dovrai essere il suo protettore ed in questo loro…” indicò con gli occhi gli altri presenti “ Ti aiuteranno, in caso di necessità verremo tutti in vostro aiuto”. Sputò fuoco retrocedendo la testa e sollevandola, lasciando per un attimo trapelare la potenza che doveva avere avuto in gioventù. Riprese fiato e proseguì.

“La fine degli umani ha avuto inizio, se Penumbra dovesse fallire e gli uomini conservare un altro strumento di distruzione… Faremo ribollire le viscere della terra, i vulcani con le ceneri offuscheranno il Sole. Pioverà fuoco e le loro città arderanno. La terra si spezzerà. Faremo salire le acque degli oceani, annegheremo le pianure. Infine come uragano e tempesta scenderemo dalle nostre montagne, seguendo il nauseante odore della loro carne putrida, annienteremo i superstiti, col veleno e le malattie li decimeremo ed infine col fuoco purificatore li distruggeremo. Dalle loro ceneri rinascerà una nuova Madre. Una Madre incontaminata, senza più figli maledetti.” Abbassò di nuovo la testa e stanco riprese.

Malus I. Il messaggio 5.

I Corni dei Demoni, posti oltre il mare all’estremo nord, si chiamano così perché sono dei massicci rocciosi molto alti e scoscesi di materiale friabile, sembrano due corni, sono irraggiungibili per gli uomini e da sempre gradito rifugio dei draghi. Da diversi giorni i draghi ripetevano quella strana danza volando intorno alla seconda cima, giungevano da ovunque, pur essendo esseri di notevoli dimensioni visti da lontano ed in rapporto all´altezza della montagna potevano davvero sembrare stromi d’uccelli. 

Tra gli ultimi giunse un giovane e drago dalla pelle scura e le scaglie lucenti, le ali ricoperte da pelle forte ma sottile, quasi trasparente. Pochi battiti furono sufficienti perché la possente apertura alare lo facesse librare tra le correnti. Sorvolò la cima più in alto degli altri, dopo di ché discese con una dolce planata a spirale verso l’apertura della caverna posta in prossimità della vetta. Con gli artigli posteriori si aggrappò ai bordi del precipizio e cautamente sbirciò all’interno poco illuminato. L’antro era pieno di fumo in lieve e costante movimento per via del fiato dei draghi. Le pareti erano lucide ed il suolo ricoperto d’oro che scintillava ad ogni respiro infuocato.

“ Amico che ascolti, Adranos, ti ho chiamato, vieni ti stiamo aspettando” lo chiamò una voce stanca e rauca all’interno. Timoroso Adranos entrò, fece alcuni passi, con un elegante movimento del lungo collo in segno di riverenza, posò la testa al suolo.

Dinanzi, adagiato su un gigantesco cumulo d’oro come materasso, giaceva Tages il più anziano dei draghi, ormai incapace di muoversi. Il corpo deformato dalla vita e dalle malattie, era di colore grigio chiaro con chiazze verdognole, le scaglie d’osso che l’avevano coperto sembravano impietrite, gli artigli spezzati dalla vecchiaia, non aveva nemmeno la forza di aprire gli occhi. Adranos col corpo prostrato alzò e riabbassò più volte il capo, come in una danza di corteggiamento tra cigni; accanto aveva altri quattro draghi che fecero altrettanto, per poi ritirarsi in riverente silenzio nell’attesa che il vecchio parlasse.