Malus I. Segreti in cantina, 1.

Dall’esterno intanto giungevano oltre all’abbaiare dei cani anche le voci delle rispettive padrone, sembrava pro­prio che Gaby stesse sfogando lo spavento sulla vecchia ed acida vicina di Desi­rée. Così, quando la lite terminò, la signora Fayette era più inve­lenita che mai, anche se probabilmente d’ora innanzi si sarebbe ben guardata dall’insultare gratuitamente la furia rossa, che prima di andarsene aveva sferrato un sonoro cal­cio al suo adorato cocker, proprio quando la bestiola tentava di morderla a tradimento. Pirata tornò indietro verso il divano, troppo trambusto per agire, la cosa lo mise di cattivo umore tanto per cambiare.

  

Segreti in cantina

Era ormai notte fonda quando Desirée rincasò. La strada era profon­damente immersa nel sonno, fatta eccezione per un simpaticissimo cocker, che si mise ad abbaiare furiosamente svegliando tutti, come se fosse in atto chissà quale invasione nemica, invece era semplicemente lei che rientrava a casa sua, chiedendosi perché il suo gattone invece di dormire, non la facesse finita con quella bestiaccia. Si lasciò cadere sfinita sul letto, la testa le ronzava un po’ per la stanchezza e gli alcolici, inavvertitamente gli occhi si posarono sul moni­tor spento e silenzioso come una sentinella nella pallida luce della luna che entrava dalla grande finestra. Le ripassarono in mente le scene del ricevimento mediamente gradevole ma, come previsto, inutile, per fortuna il buffet era stato sostanzioso e i vini pregiati, però eccessivamente freddi, forse erano stati tenuti troppo all’aperto, e anche lei, non era ancora stagione per serate sulle terrazze panoramiche, frivolezze da sciccosi tediati come diceva a ragione Gaby, che si era guardata bene dal venire.

Scosse la testa: gente noiosa, si alzò per andare a struccarsi, pas­sando davanti allo specchio per un attimo rimirò soddisfatta la propria figura, era slan­ciata, il corpo flessuoso e le curve ben accentuate nei posti giusti, l’abito molto semplice, un tubino di velluto nero le calzava a pennello, dandole quel tono di classe cui non era abituata nella sua quotidianità, avrebbe dovuto abituarsi, stava diventando una giovane signora, ma forse c’era ancora qualche anno di tempo. Niente male le lunghe gambe con i tacchi alti. Sorrise al ricordo del tempo in cui temeva di rimanere un brutto anatroccolo ed essere un cigno solo nella danza. Sciolse i capelli, che le ri­caddero sulla schiena folti e scuri, oltre la sua immagine lo sguardo trovò di nuovo il compu­ter, una leggera ruga segnò la fronte. Buttò le scarpe in un angolo e si scompigliò i capelli per liberarli dalla fastidiosa piega, rivolse i grandi occhi allo specchio in modo da ammirarli in tutta la fatalità con cui così spesso si era divertita a giocare, ma anche qui vi notò riflessa l’immagine del monitor.

Malus I. La Vecchia Osteria, 13

« Finché non s’ingrassa, perché no? Credo che sia Falstaff, che sta nuovamente infasti­dendo il cagnetto della signora Fayette » spiegò Desirée sbadi­gliando.

« Come la odio! », sbottò Gaby, mentre si precipitava fuori verso i rumori sospetti.

« Lascia, forse lo ammazza » le gridò dietro Desirée, ma Gaby era già uscita. Desirée si strisciò stancamente indietro i capelli « Ho studiato troppo, penso che verrò, se non altro per fare qualcosa di diverso ».

Pirata decise finalmente di muoversi, saltò giù dal divano dirigendosi verso la porta, erano anni che dava la caccia a quel cocker, prima o poi l’avrebbe trovato solo.

« Com’è che il tuo gatto è sempre di pessimo umore, che gli fai? », osservò distrattamente Sophie vedendolo avviarsi verso la porta. Desirée rispose con un’alzata di spalla.

« Niente, è solo che vorrebbe comandare lui, ma nessuno gli dà retta, e questo lo manda in bestia e poi ha il un Harem di otto gatte da difendere, tutte seccature » Sophie ridacchiò.

« Okay, allora passo a prenderti, » e con un sorriso aggiunse « Non mi soffiare gli uomini migliori però.» Desirée sbuffò.

« Quelli non risvegliano il mio istinto di caccia, sono di una noia mortale ».

« Dai, che forse qualcuno decente c’è, se non altro non sono dei morti di fame e comunque anche se non lo vuoi ammettere tu ti diverti, è solo che non sono come li vorresti tu.  Ciao ». Desirée alzò le spalle, forse Sophie aveva ragione infondo quei poveri diavoli non erano male e mettendo le mani nei capelli brontolò.

« Dovrei anche andare dal parrucchiere, ma no, li lego così non si vede niente » e si lasciò sprofondare nella poltrona.

Malu, I. Il messaggio, 3.

 

Brandendo il bastone, sua unica arma contro quell’oscuro maleficio, si chinò cautamente sulla sorgente nelle cui acque così spesso aveva spiato gli avvenimenti del mondo, non riuscì nemmeno a vedere la sua immagine riflessa, difficile specchiarsi nel sangue se si ha il cuore puro. L’unica cosa che poté carpire a quella linfa fu un urlo distorto dalla lontananza ripetuto più volte.

« Uhtfolga, Uhtfloga » era la lontana eco della voce di un demone, che tradotto nella nostra lingua significa qualcosa come: colui che vola nella penombra, proseguiva biascicando un oscuro indovinello.

« Volavit volucer sine plumis, sedit in arbore sine foliis… conscendit illam sine pedibus, assavit illum sine igne ».

L’angoscia si fece largo nel suo cuore, in che modo le forze demoniache potevano essere riuscite a contaminare a tal punto la sorgente incantata? Di quale straordinaria potenza disponevano per riuscirci?

Sgomento Gilduin uscì, e rimase impietrito da ciò che si trovò dinanzi: gli alberi avevano perso le foglie, non vi era più un filo d’erba su tutta la collina. Era come se la morte contenuta in quella voce malefica, avesse impregnato le radici delle Querce Sacre, qualcosa stava nascostamente avvelenando il nostro mondo, le querce lo avevano percepito.

Il vento adesso sollevava gli steli secchi che erano stati erba e lambiva i sassi. A memoria d’uomo non era successo niente di simile. La natura sembrava moribonda, quello era un infausto presagio di morte, se non proprio la morte stessa. Per la prima volta in vita sua Gilduin si fece prendere dal panico, si agirò inquieto tra i rovi secchi, pregando, urlando formule magiche e percotendo il suolo col bastone magico, usò tutti gli artifici a lui noti per salvare quel luogo sacro, ma non servì a nulla. La collina si era trasformata in un’altura scarna, sembrava che la vita non l’avesse mai lambita.

Alcune ore dopo, quando Gilduin era ormai disperazione e prossimo alla rassegnazione, il fenomeno della voce si ripeté, la seconda volta però non fu un urlo, ma un impercettibile sussurro che canterellava l’antico indovinello.

« Volavit volucer sine plumis, sedit in arbore sine foliis…. Conscendit illam sine pedibus, assavit illum sine igne…» e poi ripeté tutto di nuovo.

Gilduin si precipitò verso la fonte urlando « Chi sei? ».L’indovinello si ripeté e poi come un timido balbettio disse ancora.« Penumbra », gli sembrò quasi di cogliere una lontana risatina, poi tutto svanì nel silenzio.

 

Malus I. Il messaggio, 2.

Il vecchio vate era un po’ pensieroso, nei giorni scorsi sul prato erano più volte comparse delle misteriose rose bianche, appena aveva cercato di toccarle, si erano dolcemente chiuse ed erano scomparse, il ché costituiva un evento anomalo che lo aveva incuriosito.

Stava ancora rimuginando sul fenomeno, quando inaspettatamente vide l’intera collina ricoprirsi nuovamente di rose, ma questa volta erano rosse come il sangue. Gilduin sorpreso, emise un lungo sbuffo di fumo, non era mai accaduto che un unico genere di fiori coprisse l’intera collina, per giunta di quel colore… Prese a soffiare un vento caldo, era fastidioso gli seccava la gola, mise via la pipa e si alzò, non gli piaceva: il vento si era levato improvviso insieme alle rose.

Preoccupato, Gilduin passò tra le rose per raggiungere la quercia Ovest, che nel tronco cavo celava una piccola fonte d’acqua incantata. I ramoscelli spinosi s’impigliavano nelle vesti, come se lunghe mani artigliate tentassero di trattenerlo, strappando via i vestiti dai rovi, Gilduin sempre più nervoso si fece largo tra gli arbusti e quando ebbe finalmente raggiunto la quercia entrando nel tronco cavo, al riparo dal vento caldo, vide con sgomento che la sorgente era rossa di sangue, ebbe un brivido. Immobile davanti a quello scempio cercò di ricordare se avesse sentito narrare di qualcosa del genere verificatasi in passato, ma non gli venne in mente niente. Di fronte a sé, in quello che era stato il suo posto preferito, c’era solo una pozza rossa, si chinò e annusò il liquido pastoso, era realmente sangue.

 

Cosa poteva avere cambiato l’acqua pura in sangue? Percosse con forza il suolo col suo bastone da druido, pronunciando un contro incantesimo, ma non cambiò niente, se avesse usato un comune manico di scopa sarebbe stata la stessa cosa; aveva la sgradevole sensazione che la sua magia nei confronti di quel fenomeno non sortisse alcun effetto, fosse semplicemente impotente. Con che cosa aveva a che fare? Quella domanda lo inquietava più dello stesso sangue.

Malus I. Il messaggio 1.

Fu proprio il vecchio Gilduin, il primo a comprendere che stava per accadere qualcosa di grave. All’epoca era il custode del santuario delle Quattro Querce il sacro cuore pulsante del nostro mondo.
Il tempio delle Quattro Querce non fu eretto da mano umana, almeno è ciò che ci piace credere. Fu un prodigio della natura stessa che fece nascere queste imponenti quattro querce ai bordi della collina in corrispondenza con i punti cardinali, creando in tal modo un luogo sacro di rara bellezza. L’Antico Popolo che abitava queste terre prima di noi veniva qua per adorare le quattro querce come divinità, le figle di Yggdrasill che regge i nove mondi, asse del nostro universo, non escludono però che questo luogo possa essere ancora più antico, alcuni dicono risalga al tempo dei costruttori dei cerchi di pietre, altri ancora agli stessi Wanen. Le querce sacre ormai sono le uniche custodi della verità.
In questo santuario è come se tutti gli esseri vegetali avessero un’anima che reagisce agli avvenimenti del mondo degli uomini, cambiando di colore, di specie vegetale e d’intensità secondo ciò che turba o allieta la nostra grande Madre, perciò quello che altrove sono le stagioni, qui sono le vicende del mondo, le sue gioie e i suoi dolori.
La carica di custode è di grande prestigio, di conseguenza implica gravi responsabilità e tanta solitudine, ma è molto ambita dai venerandi saggi perché ricoprirla, significa essere a diretto contatto con la Madre Terra e i suoi più intimi segreti.
Un ruolo nel quale si sono succeduti nei secoli alcuni tra i più illustri druidi, molto arduo da ottenere poiché elettivo e non sono gli uomini a scegliere, bensì il santuario stesso ricoprendosi di gigli bianchi quando il prescelto lo calpesta, quindi per gli ambiziosi è perfettamente inutile affannarsi per ottenerlo, gli è irraggiungibile, ma il vecchio Gilduin non era mai stato ambizioso, era un puro di cuore ed amava sinceramente il santuario.

Seduto davanti alla casa del custode seminascosta tra le gigantesche radici della quercia Sud, il saggio Gilduin fumava tranquillamente la sua lunga pipa e si godeva la mattinata guardando da lontano i contadini recarsi alla fiera lungo il sentiero che si snoda fiancheggiando il fiume in fondo alla valle.