MALUS I. Secondo capitolo: Il messaggio

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Fu proprio il vecchio Gilduin, il primo a capire che stava per accadere qualcosa di infausto.

A quei tempi era il custode del santuario delle Quattro Querce, uno dei cuori pulsanti del nostro mondo.

Il santuario delle Quattro Querce non fu eretto da mano umana, almeno è ciò che ci piace credere. Fu un prodigio della stessa natura a far nascere queste imponenti querce ai bordi della collina in corrispondenza dei punti cardinali, creando in tal modo un luogo di rara magia.

L’Antico Popolo, che abitava queste terre prima di noi, veniva qui per adorare questi giganteschi alberi come divinità, li chiamavano i germogli di Yggdrasill che regge i nove mondi, asse del nostro universo. Non escludono però che questo posto possa essere ben più antico, alcuni dicono risalga al tempo dei costruttori dei cerchi di pietre, un popolo di cui abbiamo perfino dimenticato il nome, altri ancora lo riconducono agli stessi Wanen, gli Dei. Le Querce Sacre ormai sono le uniche custodi della verità.

Qui è come se tutti gli esseri viventi, comprese le piante, avessero un’anima che reagisce agli avvenimenti del Mondo degli Uomini, cambiando colore, specie vegetale e intensità, secondo ciò che turba o allieta la nostra grande Madre Terra, perciò quello che altrove sono le stagioni, qui sono le vicende del mondo, le sue gioie e i suoi dolori.

 La carica di custode è di grande prestigio, ed è molto ambita dai venerandi saggi, perché ricoprirla significa essere a diretto contatto con la Madre Terra ed i suoi più intimi segreti. È un compito nel quale durante i secoli si sono succeduti alcuni tra i più illustri maghi, è molto arduo da ottenere, poiché è elettivo, ma non sono gli uomini a scegliere, bensì il santuario stesso ricoprendosi di gigli bianchi quando il prescelto lo calpesta, quindi per gli ambiziosi è perfettamente inutile affannarsi per ottenerlo, gli è irraggiungibile. Il vecchio Gilduin, però, non era mai stato ambizioso, era un puro di cuore ed amava sinceramente il santuario.

Seduto davanti alla casa del custode, seminascosta tra le gigantesche radici della quercia Sud, il saggio Gilduin fumava tranquillamente la lunga pipa e si godeva la mattina osservando da lontano i contadini che si recavano alla fiera seguendo il sentiero in fondo alla valle. 

Il vecchio vate era un po’ pensieroso, negli ultimi giorni sul prato erano più volte apparse delle misteriose rose bianche, appena aveva cercato di toccarle, si erano dolcemente chiuse ed erano svanite nel nulla, era un evento anomalo che lo aveva incuriosito.

Stava ancora rimuginando sul fenomeno, quando inaspettatamente vide l’intera collina ricoprirsi di rose, ma questa volta erano rosse come il sangue. Gilduin sorpreso, emise un lungo sbuffo di fumo, non era mai accaduto che un unico genere di fiori coprisse l’intera collina, per giunta di quel colore… prese a soffiare un vento caldo, fastidioso, gli seccava la gola, mise via la pipa e si alzò, non gli piaceva: il vento si era levato improvviso, era giunto insieme alle rose.

Impensierito, si diresse alla quercia Ovest, che nel tronco cavo cela una piccola sorgente d’acqua incantata, forse lì avrebbe trovato una risposta. Un breve tragitto che si rivelò fastidiosamente scomodo, i ramoscelli spinosi s’impigliavano nelle vesti, come se lunghe mani artigliate tentassero di trattenerlo impedendogli di camminare. Strappando via i vestiti dai rovi, Gilduin sempre più nervoso si fece largo fino alla quercia, entrato nel tronco cavo, al riparo dal vento caldo, vide con sgomento che la sorgente era rossa di sangue. Immobile davanti a quello scempio, cercò di ricordare se avesse sentito o letto di qualcosa del genere verificatasi in passato, ma non gli venne in mente niente. Di fronte a lui, in quello che era stato il suo posto preferito, c’era solo una pozza rossa, si chinò e annusò il liquido pastoso, era realmente sangue, gli venne la pelle d’oca.

 

Malus. I primi capitoli

11.jpgCiao a tutti i gentili viandanti che visitano il nostro blog.

Tra poco uscirà la nuova edizione di Malus molto rivista e aggiornata, per questo abbiamo deciso di ripubblicare i primi capitoli, che sono un po’ cambiati, anche perchè il nostro autore non sa stare con le mani ferme!

Ti cambia la vita e nemmeno te ne accorgi…

tenetevi forte tra poco arriviamo.

MALUS. L’inizio. Capitolo primo

Il racconto del giullare

 

Chi è costui, vi chiederete voi. Ecco, mi presento: sono un giullare e quanti mi conoscono, credo, siano pronti a giurare che sono pazzo. Folle, nel vano tentativo di sfidare la magia col solo ausi­lio dell’intelletto. Sognatore, perché credo nella grandezza dell’uomo. Male­detto, perché non affido le mie speranze a un raggio di Sole. Dannato, perché ho cercato di cancellare i colori dell’arcobaleno, lasciando solo il rosso del sangue. Il mio sangue sulle mie mani. Eppure, vi fu un tempo lontano in cui fui principe, figlio di grandi re, in se­guito impugnai la spada come bandito, ma le mie armi preferite furon e saranno le parole, messaggere della mia più intima essenza che è sempre stata un’anima di giullare.

Da questa collina verdeggiante vedo le foglie tremare al sottile respiro del vento e mi torna in mente soave il suono dei flauti, dei liuti, della mia amata arpa, spensierato sottofondo delle corti principesche, eppure ogni volta che vorrei d’abbandonarmi ai ricordi, irrompe il fragore scellerato dei campi di battaglia, lo sguardo spietato dei condottieri con i pugni insanguinati stretti sulle spade, ed è inutile negarlo, io ero tra loro.

 A quest’ora i fianchi della collina si tingono d’oro, e i tanti fiori che li ricoprono assumono tinte calde, madide di vita, sento il loro profumo abbracciarmi, quasi a volere diventare la mia linfa, ma non è che un’illusione… . Così, come se volessi rispondere ad un muto richiamo, ogni sera vengo a sedermi sotto questa quercia, rivolto a nord, col cuore proteso verso i confini settentrionali del nostro mondo, verso funesto Niflar, il Paese delle Nebbie, che divide la Terra degli Uomini, dei vivi, il Midgard, dal mondo dei morti, l’Hell. Guardo in lontananza sperando di potere vedere la bruma scivolare fina tra i boschi, venirmi incontro, cercando me, figlio del Paese delle Nebbie. Ballavo, cantavo, scherzavo, ma il mio cuore era dominato dalla nebbia, non c’era piacere umano che potesse dissolverla, allontanarla da me. Già perché all’epoca non volevo ammettere nemmeno questo: la mia natura elfica e non umana.

Alcune saghe evanescenti c’identificano con gli elfi neri, ma nelle notti d’inverno, quando la bruma arriva a sfiorare le cime scure degli abeti, il vento canta il nostro antico nome: eravamo i Nibelunghi, adesso siamo pochi errabondi senza terra e un passato che non è altro che una confusa leggenda nella stessa legenda.

Ed io, solitario principe di una stirpe maledetta, artefice della propria tragedia, detentrice di allettanti tesori che tante rovine generarono, cosa spero di potere intravedere nascosto dietro la nebbia? Un amore disperato, i miei crimini, la mia rabbia?

Forse vi sto raccontando questa storia, perché penso che sia giunto il momento di tornare indietro nella parte più buia del mio passato e confrontarmi con ciò che più temo: me stesso; riaprendo cicatrici che il tempo non può sigillare e il cuore non ha la forza di sfuggire. Sembrerebbe non avere senso, eppure solo così, forse, riuscirò a ritrovare la mia anima di giullare, persa nelle nebbie dell’odio, essa stessa tenue ombra, nebbia tra le nebbie.